
Halloween, per tutto quello che rappresenta, è sempre stato uno dei momenti preferiti dei registi per far iniziare o comunque far passare, film dell’Horror. E’ tipo un porto sicuro del genere, comprensibile e accettato da tutti e che può essere modellato in tanti di quei modi che lo si percepisce raramente come una ripetizione.
E’ la notte di Halloween del 1968 e come da tradizione, tutti i ragazzi sono truccati, travestiti e alla ricerca di qualche macabro scherzo o di una storia spaventosa. In particolare tre di loro, Stella, Chuck e Auggie, dopo aver burlato il bullo della scuola Tommy e ricevuto riparo dallo stesso da parte del misterioso Ramon, si nascondono con quest’ultimo all’interna della disabitata casa della famiglia Bellows. Intorno a questa stirpe circolano voci strane, in particolare riguardo a una delle loro figlie, Sarah, su cui aleggia un alone di mistero.
La premessa di Scary Stories to Tell in the Dark non ha nessun elemento di novità: ragazzi, casa stregata, bulli da cui difendersi e un mistero da risolvere. Cose che in qualche modo abbiamo già visto, più volte, e che continuano la lunga scia di Stranger Thing che, può piacere o no, ma ha comunque segnato e aperto un nuovo genere, i Bambini (o giovani uomini) on the road e pronti ad affrontare le sfide più paurose.
Detto questo, il film funziona, e anche bene, nonostante alcuni limiti di concetto.
La sua grande fortuna è che ci ha messo le mani quel genio assoluto di Guillermo del Toro che notiamo soprattutto nei particolari dei mostri, assolutamente straordinari per dettagli e per quell’incredibile inquietudine che incutono. Questi hanno aiutato in maniera determinate l’impatto della storia, che riesce così, a dipanarsi in maniera lineare e soprattutto, intrigante. Le storie che si scrivono davanti agli occhi dei protagonisti diventando reali, sono convincenti, ben studiate e molto ben realizzate con una ricerca maniacale delle sfumature.
Quello che invece regge molto meno è la caratterizzazione dei personaggi che a conti fatti, risultano essere asettici e assolutamente poco coinvolgenti. L’errore di base è stato quello di non dirci quasi nulla di loro, se non all’inizio quando Chuck e Auggie raccontano a Ramon la storia di Stella. Troppo poco per pensare di arrivare all’empatia tra i protagonisti, o meglio la protagonista e lo spettatore, tale da giustificare l’apertura di una serie. Scary Stories to Tell in the Dark, infatti, è l’adattamento cinematografico dell’omonima serie di libri scritti da Alvin Schwartz, tra gli anni 80 e 90 e l’idea evidente è quella di fare più film, come d’altronde la fine di questo dimostra inequivocabilmente.
Il film gira intorno alla storia di Sarah e all’ingiustizia da lei subita, ma mentre la realizzazione della sua vendetta nella prima parte, è convincente e ben strutturata, la risoluzione della stessa è frettolosa e banalizzata. Sarah aveva scoperto che il mulino di famiglia aveva avvelenato l’acqua delle città uccidendo alcuni bambini e per paura che parlasse, i suoi stessi parenti, la fecero ricoverare sottoponendola a diversi elettroshock. Il libro è la sua arma di rivalsa, la scure verso un mondo che l’ha resa un mostro anche se chi l’ha resa tale è l’agire di chi invece, avrebbe dovuto difenderla. La rabbia è cresciuta con gli anni, allungando il suo livore oltre la sua cerchia, punendo chiunque osi entrare nella sua dimora usurpandola di quell’unico oggetto di pace che ha avuto in vita.
Tutte questo crescendo, con (mi ripeto) gli splendidi e inquietanti mostri che prendevano vita, è, a mio avviso, sminuito dal modo con cui Sarah trova alla fine la pace. Stella si ripresenta nella casa della famiglia Bellows, e dice alla sventurata che ora deve stare a sentirla e che avrebbe raccontato a tutti la vera storia. Tanto è bastato per fermarla.
E’ ovvio che lo scopo finale del film era interrompere gli omicidi e le sparizione e questo poteva avvenire solo fermando la fonte. Ed è altrettanto normale che l’unico modo per farlo era far trovare quiete all’anima autrice di tutti questi misfatti, ma si poteva trovare un modo con più pancia scendendo all’origine di tanta sofferenza.
Come detto, il film è solo il primo atto e il finale non è altro che un apripista al seguito: Stella che ha intenzione di trovare i suoi amici, scomparsi per opera delle proiezioni dei mostri di Sarah. L’impressione è che sia necessario fare un piccolo passo sulla sceneggiatura, l’aver puntato praticamente tutto sulla bellissima parte thriller/horror ha si permesso all’opera di avere un impatto visivo importante ma ha di fatto, messo in secondo piano i protagonisti. L’esempio che mi viene in mente è The Conjuring dove le vicende e gli effetti speciali, peraltro molto belli sono comunque sorretti dalla storia personale dei coniugi Warren, che rende il tutto ancora più coinvolgente, a tratti intimo. Ed è proprio questo che manca a Scary Stories to Tell in the Dark, un po’ di intimo, un po’ di anima.
Jonhdoe1978























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