
Dopo il meraviglioso Una donna promettente, se non l’avete ancora visto vi consiglio di andarlo a recuperare al più presto, che aveva segnato il suo debutto come regista/sceneggiatrice, Emerald Fennell era evidentemente attesa alla prova del nove. Come si sa, dopo un esordio con i fuochi d’artificio, soprattutto nell’ambito registico, le attese si alzano e i giudizi diventano molto più “attenti”. Personalmente, la sensazione che avevo (come per quasi tutto quello che vedo durante la Festa del Cinema di Roma non avevo letto nulla su trama e/o genere) era comunque di qualcosa di non banale e di diabolicamente profondo. Le motivazioni di questo pensiero nascevano sia dall’esperienza, appunto, del primo film, come detto al limite della perfezione narrativa, che dalla natura stessa dell’ottimo cast presente. Se pensiamo infatti, a storico e propensione, tutti gli attori, nello specifico ci torneremo, forse proprio a esclusione di Carey Mulligan, hanno nel loro DNA i ruoli oscuri o comunque al limite del borderline.
A mio avviso, il risultato, il film ha molto diviso, non è completamente all’altezza e non tanto rispetto al lavoro precedente, non aspiravo a tanto, ma delle premesse messe sul tavolo per gran parte del tempo. In pratica, la fine è troppo pretenziosa e affievolisce, sempre dal mio punto di vista, la consistenza emotiva (e visiva) fin li mostrata. Negli ultimi secondi, fin li la storia aveva avuto una tensione giusta per i sospesi che voleva creare, molti pezzi del puzzle sono stati forzati e quello che avrebbe dovuto essere un piano minuzioso e razionale diventa (quasi) la somma di tante casualità andate nel verso giusto.
Il problema, quasi sempre quando la conclusione lascia perplessi ci creiamo mentalmente delle alternative molto plausibili, è che pur ripensandoci e ripensandoci stavolta esse non vengono, o meglio, non all’altezza per sovrapporle alla nostra “delusione”. Mi spiego. Per il percorso fatto, e ripeto assolutamente intrigante, non c’erano molto altre piste plausibili con cui finire, il problema semmai era armonizzare un piano che proveniva da troppo lontano e quindi, per la sua realizzazione soggetto a troppe e precise variabili. E non possiamo neanche affidarci a un atto di fede, sono molti i film le cui ricostruzioni finali sono un po’ arrangiate ma che alla fine accettiamo, e questo perché non si tratta solo di pura azione meccanica (rapina per esempio), ma della ripercussione dell’anima e quindi di pura emotività. Per quest’ultima, almeno per darle il luccichio che crediamo merita, serve una realtà maggiore, o meglio, che l’immaginazione e le possibilità non siano cosi distanti.
Appurato questo passaggio, credo di essere stato abbastanza chiaro, sono due gli altri punti su cui vorrei soffermarmi: attori e l’innovazione, narrativa e rappresentativa, che comunque ha confermato di avere Emerald Fennell.
Non me vogliano i vari Jacob Elordi, ha confermato il suo talento, Rosamund Pike, sempre sopra la media, Alison Oliver, centrata e intrigante e Carey Mulligan, a mio avviso, utilizzata troppo marginalmente, ma il mattatore, nel bene e nel male, è Barry Keoghan. La sua è una prova meravigliosa, intensa, spiazzante, profonda e, come doveva essere, angosciante e al limite. E allora vi chiederete, dove sta il male? Semplice, nel suo essere. Io credo che per lui si stia facendo più o meno lo stesso errore di Thomasin McKenzie: l’idea sopravanza la realtà. Keoghan si sta cucendo addosso (e forse è già troppo tardi) la maschera della follia e del diabolico, troppi i ruoli che lo hanno visto in questi panni (Gli spiriti dell’isola sono l’eccezione) e che lo fanno identificare con la parte cattiva della storia. In film di questo tenore, dove il thriller e il mistero la fanno da padrone, questa inclinazione emotiva porta lo spettatore a pensare sin da subito che sia lui il colpevole e vedere che poi è cosi di certo porta a una soddisfazione finale ammortizzata verso il basso. Proprio questa considerazione mi ha portato subito a pensare a tutte le virtù, e sono tante, e i limiti, purtroppo le etichette non possono essere sempre un merito, che quest’attore, dal mio punto di vista, si porta dietro.
Capitolo Fennell. Io credo che la sua poliedricità, ricordiamo che è attrice, regista, sceneggiatrice e produttrici, sia la conseguenza dei suoi picchi di genialità. Ribadendo che siamo comunque lontani da Una donna promettente, non si può non dire che anche Saltburn (il titolo riguarda il luogo dove quasi tutto avviene, almeno nella seconda parte) abbia momenti dirompenti e, nel senso buono del termine, scioccanti. Quello che colpisce non è solo l’dea in sè, ma il modo tutto suo di rappresentarla, con angolature e inquadrature di certo non consuete e che riescono ad “appesantire” con cognizione il concetto o il sentimento voluto. Altra cosa che colpisce è la profonda differenza del cuore delle due storie. Di solito quando si ha un successo quello che naturalmente si fa è cavalcare quell’impostazione magari prendendola da un’altra parte. E invece, lei se né è proprio distaccata, evidenziando cosi la sua varietà di prospettive e messaggi.
Concludendo, Saltburn è un ottimo film parzialmente mozzato. Soprattutto nel momento in cui le luci della sala si accendono (come detto l’ho visto alla Festa del Cinema di Roma), la sensazione di incompletezza ti assale facendo quasi scomparire il percorso. Con il tempo poi il processo regredisce, ed è il motivo per cui ne ho scritto a quasi 3 mesi dalla visone, ristabilendo la giusta proporzione a tutto il progetto che così si ritrasfroma per la terza volta (le prime due sono il percorso e la fine). E credo che ce ne potrebbe essere una quarta nel momento in cui uno decida di rivederlo. La sensazione, infatti, è che, a differenza di molti altri film, rivederlo (devo ripetermi) non tolga ma aggiunga quasi che la carta scoperta finale permetta di gestire mentalmente ed emotivamente tutti i passaggi, magari apprezzandone maggiormente l’estetica e il simbolismo.
Jonhdoe1978























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