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Saint Maud (2019) di Jonhdoe978

⭐30 Giugno 2021 ⭐ Contrassegnato con: Recensione Saint Maud, Saint Maud

Saint Maud Interna

Come ho già avuto modo di dire, nell’epoca della condivisione social continua di idee, contenuti e impressioni, venire a conoscenza di un qualcosa che non si conosce è molto più facile. Nell’ambito cinematografico questo comporta la maggiore possibilità per le produzioni minori o indipendenti di raggiungere un elevato numero di persone e questo a prescindere dal loro intrinseco valore artistico.

Maud (Morfydd Clark) è una giovane infermiera privata a cui è stato assegnato un nuovo incarico presso Amanda Kohl (Jennifer Ehle), ex ballerina con un linfoma alla colonna vertebrale in fase terminale. In questa fase della sua vita, Maud è pervasa da un profondo senso di fede che la porta a parlare spesso con Dio di tutto quello che pensa e le succede. Sin da subito matura nei confronti della Kohl un’ossessione morbosa tanto da cercare di avere con lei, in nome del Signore, un rapporto in esclusiva.

La reazione a un avvenimento avverso non è uguale per tutti ed è figlia sia delle proprie innate inclinazioni emotive che della capacità di mantenere un equilibrio di giudizio e di scelte di fronte alle difficoltà. Da questo scomodo e innegabile presupposto l’esordiente Rose Glass, prende le mosse per dirigere e scrivere un film che dimostra ancora una volta come le idee possono avere il sopravvento sui mezzi.
Raccontare della follia e della sua genesi non è mai facile e questo perché molto spesso, la sua rappresentazione, almeno che non si vuole andare pericolosamente sopra le righe, riguarda gesti ambigui e dai molteplici significati. Saint Maud riesce perfettamente in questo difficile compito dandogli anche un colore mistico figlio della solitudine e soprattutto, del fanatismo religioso. Quest’ultimo diventa lo specchio irrequieto dell’anima della protagonista, lo scudo invisibile, e alla fine bugiardo, quale giustificativo delle proprie azioni. Una sorta di visuale distorta sulle possibilità di redenzione, sul modo oscuro con cui attraverso la finta luce si cerchi di arginare buio e delusioni. La realtà si fonde con le allucinazioni di un qualcosa che non esiste, fotografie e video immaginati viziati da una lenta e inesorabile perdita di coscienza come risultato dei ripetuti crolli e risalite. La carne e il peccato si alternano alla presunzione di santità in quel gioco perverso che fa incontrare il sacro con il profano quale facce di una stessa medaglia.
Dio diventa lo strumento di tale follia, la perfetta figura ultraterrena che ha la facoltà, almeno come rappresentata, di poter con un solo gesto cancellare vizi e peccati. La possibilità attraverso la sua parola e la sua santità, di giudicare ed elevare ogni gesto, anche il più malsano, quale simbolo assoluto di perdono e rinascita, di seconda possibilità e soprattutto, di salvezza. Dall’altra parte ovviamente, il peccato e la lussuria rappresentati almeno nell’ultimo atto, dal demonio in carne e ossa, o meglio nella percezione del demonio in carne e ossa, in un momento di puro horror improvviso e inaspettato che non può non aver dato un sussulto. Questo infatti, è il vero apice emotivo e visivo del film che per quasi tutta la sua durata si è nutrito, come detto, dell’angoscia percettiva più che figurativa che aveva creato.

Prima parlavo di idee sopra i mezzi ma è ovvio che senza qualcuno che le rappresenti in maniera adeguata tutto rimarrebbe solo un bel pensiero. E qui entra in scena la sorprendente Morfydd Clark, autrice di una prova solidissima, soprattutto in considerazione della enorme difficoltà che il suo personaggio comportava. L’instabilità, infatti, non è facile da recitare, ogni particolare rappresentato può avere la splendida capacità di rafforzarla o distruggerla rendendo storia e protagonista o solida o una macchietta di passaggio.

Dopo tanto vagare, almeno negli ultimi tempi, finalmente un horror di buon livello con un finale degno della sua costruzione. Il pericolo, infatti, era, come troppo spesso accaduto, di veder rovinato e aggiungerei distrutto, l’approccio iniziale con una conclusione fantasiosa e forzata. Invece la sorprendente Rose Glass non solo è riuscita a tenere ben stretta l’evoluzione della storia ma anche di darle un senso più compiuto proprio nella parte finale nella quale sogno, disperazione, solitudine e follia trovano il loro punto di incontro.
Unico neo è la non perfetta spiegazione del passato di Maud lasciato, attraverso piccolissimi flashback, più alla presunzione che alla vera e propria conoscenza. E’ vero che tutta la vicenda si regge su un sottile filo che mischia il visto con l’immaginato ma questo non toglie che una maggiore attenzione sulla genesi della perdizione sarebbe stata, a mio avviso, opportuna e necessaria.
Detto questo, Saint Maud è uno di quei film che mi riconcilia con il genere con il quale sono praticamente nato cinematograficamente, rinvigorendo il concetto che molto spesso, non è necessario completamente mostrare per trasmettere angoscia e tensione, confermando che l’idea del buio può essere più scura del buio stesso.

Jonhdoe1978

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Saint Maud

Saint Maud
7.1

Valutazione Complessiva

7.1/10

SCHEDA

  • Regia: Rose Glass
  • Anno: 2019
  • Durata: 83'
  • Genere: Horror

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