
Nome: Rodrigo Mendoza
Segni Particolari: Un sacco pieno di armi e indumenti da trasportare come peso di certe scelte
Attività: Prima mercenario poi gesuita
Periodo di attività: Intorno al 1750 tra Argentina, Brasile e Paraguay
Gambe piegate a mò di spadaccino, testa fiera in avanti e la spada protesa verso un nemico tanto invisibile quanto concreto. Questa l’immagine di Rodrigo Mendoza diventata con il tempo simbolo di un intero film e icona del cinema in generale. La motivazione di questa raggiunta condizione, a mio avviso, va ricercato nel simbolismo morale che quell’attimo ha rappresentato per l’intera storia di The Mission. E’ il momento infatti, nel quale l’uomo Mendoza torna alle sue origini ma stavolta per una motivazione nuova e, a differenza di prima, profondamente romantica. E’ come se all’improvviso la sua anima abbia trovato il suo posto definitivo dove aver ondulato tra i due estremi del materialismo, la fase del mercenario, e quella del prete, la sua conversione gesuita.
I suoi occhi negli ultimi istanti di vita, sono senza dubbio la somma e la soluzione di questo percorso con l’apice (o forse meglio il punto di contatto) tra passato e presente in quella meravigliosa e interminabile ascesa, con il peso fisico (il sacco pieno degli strumenti che furono) e morale sulle spalle, che lo ha portato sino a San Miguel.
Durante questa lenta salita, inevitabilmente, ogni uomo è diventato Rodrigo Mendoza. Non c’è redenzione senza perdono e non c’è futuro senza l’abbraccio del passato. Tutti, nessuno escluso, ci siamo trovati in questa condizione rimanendone, anche per situazioni ovviamente meno al limite del nostro protagonista, impantanati e bloccati. Il fardello di una scelta sbagliata, l’io che non riesce ad andare avanti e la perenne sensazione che le persone intorno ridano e parlino di te. Ti senti, tuo malgrado, il centro e la fine del mondo con la mente che gira intorno cento volte, nonostante l’ego lo tenga nascosto, intorno a quell’evento o a quella situazione.
Ogni spettatore ha spinto quel peso insieme a Rodrigo, gli ha gridato silenziosamente di gettarlo e finalmente quando il suo nemico, altra simbologia del film, glielo ha staccato, anche noi in qualche modo abbiamo sentito la speranza del poter ricominciare e questo anche (e qui sta la magia del cinema) per qualcosa che magari non è ancora successo. In sostanza il generale che tocca il particolare e l’idea che infiamma sopra l’avvenuto.
Tale trasformazione, o meglio rinnovamento, in Rodrigo si espande oltre anche l’accettabile, almeno per il significato appena detto, per riumanizzarsi totalmente nel momento in cui sceglie di combattere. In quell’istante l’io ha ritoccato la terra e con essa la visceralità, da lui sempre agognata, delle cose buone e giuste. Non c’è vita, non c’è scelta, non c’è amore e non c’è futuro senza lotta per quello che si crede, anche a costo di perdere tutto, materialmente o ideologicamente che sia.
La sua testa che barcolla (so che state sentendo le note del maestro salire verso il cielo) alla ricerca dell’amico rappresenta la sconfitta e la vittoria di Rodrigo. Perde quello in cui ha creduto e che ha creduto in lui, ma trova la virtù di spegnersi sapendo di averci provato e non di essersi nascosto dietro un guscio dorato e buio. Perché alla fine la vita, il momento e lo sfondo storico contano poco, si riduce tutta al modo con cui pieghiamo le gambe a mò di spadaccino, innalziamo fieramente la testa e protendiamo la spada verso il nostro nemico…invisibile o concreto che sia.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento