
Prima di invischiarmi in una recensione di Road House, remake dell’omonimo inaspettato successo degli anni ‘80 con protagonista il compianto Patrick Swayze, è doveroso premettere che il rifacimento di Doug Liman è un film brutto e, sotto certi punti di vista, decisamente privo di un senso.
Succede però che se si somatizza questo dato di fatto e si decide di guardarlo comunque, nell’arco dei 114’ della sua durata la pellicola diventi brutta al punto tale da fare un intero giro su sé stessa e diventare inspiegabilmente bella. Un concetto tortuoso e che può sembrare, al pari di quanto affermavo del film, anch’esso senza senso…ma se ancora non l’avete fatto, vi sfido a guardarlo tenendolo bene a mente.
A questo punto direi di parlare subito dei pochi punti di forza di Road House: l’ironia degli sceneggiatori Anthony Bagarozzi e Charles Mondry, l’impegno a non voler sfigurare di Jake Gyllenhaal ed il debutto cinematografico di Conor McGregor, nel ruolo della caricatura di Conor McGregor.
In un’epoca che fastidiosamente impone a tutti i costi plausibilità e spiegazioni dettagliate su tutto e tutti, il Dalton del 2024 non può purtroppo essere un laureato in filosofia con la genuina passione per le botte da orbi, come fu il protagonista diretto da Rowdy Herrington. Viene quindi presentato come un ex atleta di arti marziali miste, che ha abbandonato la sua carriera per “misteriose” ragioni e costretto a fare i conti con fantasmi del passato. Liman, Bagarozzi e Mondry hanno il buon senso di renderlo una specie di Terminator dall’impenetrabile capacità di fare male, che neutralizza a mette alla berlina ogni cattivo gli capiti a tiro, con divertente e serafica calma e battute che ricordano quelle delle memorabili sfide cinematografiche a distanza tra Sylvester Stallone ed Arnold Schwarzenegger.
Gyllenhaal offre una convincente performance, lavorando per sottrazione nei dialoghi e nelle espressioni e trasmettendo con bravura sia l’aspetto purificatore del personaggio, che il giusto equilibrio tra umorismo e azione e, maledetto lui, sfoggiando un fisico ancor più scultoreo di quello già mostrato in Southpaw, nonostante sia passata una decade da allora ed abbia superato abbondantemente i quaranta. Il suo Elwood Dalton dall’invidiabile six-pack, nonostante non possegga il guizzo appassionato degli occhi di Swayze, farà di certo pulsare cuori e clitoridi e metterà, al contempo, in discussione l’eterosessualità dei maschietti.
McGregor, campione vero ed attore fittizio, pur sbagliando tutti i toni risulta semplicemente perfetto. Carismatico come nella vita reale e perfettamente a proprio agio nell’interpretare una parodia di quello stesso personaggio che lo ha portato a conquistare titoli sportivi mondiali e a diventare volto della MMA nel mondo, funziona da perfetto contraltare al personaggio più calmo e contenuto di Gyllenhaal.
Ma già il fatto che McGregor come “scheggia impazzita” sia una delle componenti più indovinate, dovrebbe già essere rivelatore riguardo i vizi e le virtù della pellicola e, infatti, i punti di forza del Road House del nuovo millennio, sono gli stessi che l’hanno reso la produzione minore che è.

La nuova versione di Road House, pur strizzando l’occhio a collaudati archetipi del cinema Western ed ereditando tutti gli ingredienti dell’originale, non riesce a catturare lo spirito del suo predecessore degli anni ’80 che, nonostante fu oltremodo criticato e riuscì a guadagnarsi tutte le peggiori nomination ai Razzie Awards, fu capace di conquistare il pubblico e diventare un cult. Il remake, purtroppo, manca di quella genuinità che caratterizzava il cinema dell’epoca e finisce per diventare solo un tentativo di sfruttare il successo passato. La trama de Il duro del Road House (titolo con cui arrivò da noi), incentrata sull’opposizione tra la provincia americana e il potere economico, poteva avere una certa giustificazione data l’ingenuità dell’epoca, ma perde di significato in questa nuova versione, che manca della profondità sociologica dell’originale. Il film di Liman sembra solo una riproposizione vuota di quegli stessi temi, senza aggiungere nulla di nuovo o interessante.
Gyllenhaal, nonostante gli sforzi per cercare di dare profondità al suo personaggio, non può reggere da solo le problematiche di una trama già debole 35 anni prima ed affrontata con ancor maggiore superficialità, finendo quindi per essere vittima di una scrittura ambigua.
Le sequenze d’azione, nonostante la presenza di un lottatore vero come Mcgregor, mancano del fascino dei combattimenti reali a causa di un costante utilizzo di una CGI eccessivamente posticcia e la scontatezza dovuta dall’apparente invincibilità nelle lotte del personaggio di Gyllenhaal, seppur divertente come detto, mina l’emozione che dovrebbe suscitare un vero scontro.
Decidendo di sposare tutti i cliché del genere, inghiottendo CGI e accollando tutto sulle spalle (seppur granitiche) di Gyllenhaal, Road House si rivela un film che non riesce a far rendere del tutto il suo potenziale. L’opera di Liman fa a pugni con il passato e, proprio come successo a McGregor nelle sue più celebri sconfitte, finisce K.O. per non aver affrontato la sfida né con la giusta leggerezza mentale, né con il necessario vigore.
Per riuscire a far compiere il giro completo su sé stessa alla pellicola, trasformarla in un’esperienza sufficientemente godibile e beneficiare al meglio dell’esplosiva miscela action, smorzata qua e là da sprazzi di umorismo e non lasciarsi distrarre dall’inutile sottotrama romantica, tocca quindi posizionare l’interruttore del cervello sulla modalità “Uso in aereo” e rassegnarsi al fatto che, così come esistono bambini belli e bambini brutti (contrariamente a quanto si cerca di far credere ai genitori dei secondi), lo stesso vale per i film.
Se Amazon Video distribuisse solo capolavori, di certo non costerebbe solo €49,90 all’anno.
Alessandrocon2esse
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