
La frase che più volte mi è venuta in testa nella prima ora di Regali da uno sconosciuto è stata: cosi si costruisce un thriller. Dal mio punto di vista, infatti, la psiche la si stuzzica con il sottile, con il dubbio perenne sull’opportunità e le motivazioni, sul dire qualcosa lasciando aperta la porta che possa esserci qualcosa di completamente diverso o comunque non esattamente come appare. Ecco, tutto questo l’opera prima di Joel Edgerton, regista e sceneggiatore di questo progetto, l’ha fatto. Quello che mi ha sorpreso è proprio il bilanciamento tra idea e intenzione e soprattutto la capacità di giocare su più fronti senza sviare, o meglio, insinuando il dubbio che non era tutto li quello che era successo.
E’ ovvio che ad un certo punto tutte le storie chiedono pegno e quindi un modo per evolversi, svilupparsi e concludersi. Ecco, se la prima parte era stata al limite dell’entusiasmante, la seconda ha a mio avviso avuto qualche momento di apatia, completamente annichilito poi da una fine meravigliosa sia per idea che proprio come realizzazione concettuale.
Prima di arrivare a quest’ultima, che poi è il messaggio del film e facendo seguito alle considerazioni sulla prima parte, vorrei però approfondire un attimo la parte intermedia e sottolineare la differenza tra percezione del momento e percezione del complesso. Quei momenti di apatia sono la conseguenza del cambio di prospettiva di tutti i personaggi, cambio che li per li mi sembrava (e credo a molti) eccessivamente fantasioso e forzato. Rapporti troppo complicati, azioni fuori contesto logico per persone normali e spiegazioni un po’ troppo appiccicate per essere veramente digerite e assorbite. Il motivo di tale approccio era duplice: la prima parte, come si è capito, era così buona che un deficit si è accusato di più del normale e secondo, e arriviamo al punto, non conoscevamo l’epilogo. Dico questo, perché questo è uno dei casi, e lo ho accennato, in cui la fine fa incastrare tutti i pezzi e l’emozione che ti scaturisce ridistribuisce le sensazioni e le azioni dandogli un senso completamente diverso. Anche i puri momenti, parlo in generale, assumono all’improvviso una direzione quasi opposta diventando dei punti forti del film e non deboli come potevi pensare solo pochi minuti primi.
Questo mi porta a elogiare con convinzione tutta la gestione di Joel Edgerton soprattutto per non aver avuto fretta di mettere le carte in tavola e quindi, di aver cucinato con enorme capacità lo spettatore.
Cottura che ha trovato la sua quasi perfezione nelle battute finali, veramente magnifiche. Magnifiche perché inaspettate, gestite, di nuovo, con una pazienza e una capacità nel rispettare i tempi veramente fuori dal comune e con un messaggio che non può rimbombarti in testa anche ben oltre i titoli di coda.
Avvertendo che da qui in poi un minimo di spoiler ci sarà, il concetto principe, anzi, i concetti principe sono due: il dubbio e la percezione di un evento. Il secondo è quello che segna l’80% del film e ci mostra l’indubbia realtà e le sue conseguenze di quando tutti pensano che un avvenimento sia accaduto. Sostanzialmente se 99 persone su 100 credono che un qualcosa sia successo questo è successo a prescindere se poi lo sia veramente. E’ una logica devastante per quanto spiccia ma è la realtà dei fatti. Questa ci porta al secondo elemento e cioè il dubbio. Qui l’impostazione del film è duplice e riguarda sia quello della socialità (e quindi, tornando al nostro esempio, sul fatto che l’idea stessa forte quanto il fatto stesso) che della convinzione intima e solitaria.
Questa è quella con cui il film si chiude cercando, e riuscendoci, di concludere un enorme cerchio che porta i protagonisti a cambiarsi di abito. Certo le condizioni dei due erano oggettivamente diverse ma il messaggio vuole essere proprio sul non sapere e sul fatto che le conseguenze di quest’ultimo, imprevedibili e non conseguenziali se vero o no, possono sgretolare la vita.
Si potrebbe anche aggiungere il senso e il peso della vendetta all’interno di questo cerchio, cosi come la precarietà dell’essere e dell’apparire (vedi il rapporto marito e moglie) ma credo che i primi due siano i preminenti e soprattutto quello che ti si appiccicano di più.
Veramente ottima la prova attoriale complessiva. Jason Bateman, Joel Edgerton e Rebecca Hall tengono la tensione in maniera solida dando esattamente quello che la sceneggiatura gli chiedeva.
Regali da uno sconosciuto è un film solido e pieno di capacità cinematografiche a 360 gradi. Non sorprende, cosi, l’enorme successo avuto anche in virtù della grande forbice che c’è stata tra budget e incassi. A mio avviso, ed è l’unica cosa che non ho ancora approfondito e con cui voglio chiudere, un altro dei motivi di tale appeal è il suo essere cupo senza strafare (cosa che ho più volte sottolineato), mantenendo cosi il suo senso possibile e quindi, come ogni storia, a portata di mano.
Elemento sempre indispensabile per certi tipi di storie.
Assolutamente da vedere.
Jonhdoe1978
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