
Non tutte le promesse sono uguali. C’è ne sono alcune più intime di altre e che hanno un rapporto effetto/intensità pari solo alla nostra capacità di respirare. Proprio queste non sempre assumono la forma delle parole rimanendo nell’aria nell’attesa, a volte vana, che la vita le renda possibili.
Sandro/Alexander (Pierfrancesco Favino) si ritrova in un luogo poco fuori Londra, città dove abita, per far visita, quale esperto di libri che è, a un anziano signore che ha richiesto i suoi servigi. Durante il loro parlare si imbattono nel libro Alla ricerca del tempo perduto di Proust, autore che lo stesso Sandro ammette di non amare sino in fondo. Il suo dirimpettaio dice che anche lui ha faticato a digerirlo per poi abbandonarsi completamente alle sue idee fra cui quella sul fatto che il tempo non è lineare come si pensa, ma a spirale e con uno svolgimento figlio della nostra percezione. Inizia cosi il racconto tra passato, presente e futuro sulla vita dello stesso Sandro.
Già in molte altre occasioni, su queste stesse pagine, ho avuto modo di sottolineare la profonda differenza che c’è tra il raccontare una storia tramite le pagine di un libro o nelle immagini di un film. Tralasciando il gusto personale per una o per l’altra arte, entrambe ovviamente nobili, è indubbio come ognuna di esse ha delle caratteristiche specifiche, che vanno dalla gestione del tempo alla differenza tra visivo e immaginato, che mi ha fatto sempre propendere come sia necessaria una specializzazione nella realizzazione. Amanda Sthers ha voluto disattendere questo assunto dimostrando come chi è autrice di un libro di successo sia anche in grado, con l’abnegazione e lo studio, a dirigere lo stesso racconto in un film con quasi lo stesso risultato. Il compito non era di certo facile e questo per almeno due motivi:
– adattare per il cinema una storia da te stessa pensata e ancora più difficile che farla per l’idea di un altro, la deviazione mentale che si ha è sbilanciata, come quando si legge in continuazione qualcosa da noi scritto: la memoria alla fine non ti fa accorgere degli errori.
– l’ambizione estrema della storia di voler coprire un arco temporale enorme volendo sviscerare non solo la situazione principale ma tutte quelle collegate rendendole altrettanto importanti.
L’obiettivo per lunghi tratti è stato ampiamente raggiunto essendo riuscita la storia a compensare il visivo e il provato in maniera armonica e soprattutto coinvolgente. La pesantezza e la relatività del tempo, intesa sia come percezione che come discriminante di una scelta, arriva in pieno travolgendo lo spettatore nell’intimo e nel personale. La trasposizione tra provato e detto e tra possibilità e probabilità si scontra continuamente con le nostre certezze e le nostre speranze che, nell’arco delle varie porte da aprire o lasciare chiuse che troviamo nella vita, muore e risorge. Sandro e Laura ricorrono sia il loro amore, irruento, necessario e impossibile da sbiadire nonostante il destino, attraverso un mondo sospeso e quasi immaginato nel quale le regole cambiano diventando solo le loro. Anni per vivere qualche minuto, per non riuscire nonostante la vita vada avanti, a voltare pagina, troppa la visceralità di un solo tocco per trascurarla. Il pensiero, ciclicamente, rivà nei meandri delle mani dell’altro, sperando e sognando che il prossimo incontro possa essere diverso e che cambi il suo risultato rispetto al passato. Proprio queste eterne piccole promesse, mai pronunciate ma forti come l’acciaio, si susseguono nel tempo, cavalcando quella condizione innata che ci fa credere di avere sempre tempo per fare qualcosa, almeno sino a quando ci rendiamo conto che invece non ce n’è più. In quel frangente la mente cambia prospettiva asfissiata da un “e se invece” continuo e incontrollabile che ci fa rivivere continuamente uno dei tanti spartiacque della propria vita domandosi, come fa Sandro, se magari nella morte ci possano essere delle seconde possibilità.
In mezzo alla concretezza e alla naturalezza dell’amicizia, meravigliosamente rappresentata dal rapporto tra Sandro, Louis e Jack, l’amore assume i contorni dell’empirico, di un qualcosa che prescinda totalmente dalla semplice unione carnale essendo solo, per quanto agognata e necessaria, una sua conseguenza. Sandro e Laura si sono “solo” sfiorati, accarezzati, annusati, guardati e sentiti e nonostante questo la sensazione di affetto infinito, eterno e immortale è lampante e per lunghi tratti straziante. L’anima dei due ha spesso preso a pugni sia il proprio cuore che quello dell’altro, con una consolazione sempre un passo troppo avanti per essere raggiunta.
Le difficoltà sin da piccolo del nostro protagonista, falcidiato dagli eventi avversi, trovano cosi la loro cicatrizzazione nel futuro solo in alcuni momenti, con una vita che ha continuato a inseguire quasi sino all’ultimo con un equilibrio tra soddisfazione e rimorso (il dialogo finale tra lui e Louis è bellissimo) sempre in continuo travaglio.
Niente di tutto quello fin qui detto sarebbe però stato possibile senza la prova straordinaria di Pierfrancesco Favino. Piena, pressante, tenera, irruenta, travolgente. Anche Kelly Reilly, nei panni di Laura, riesce nell’intento, nell’ambito di un mondo tra il delicato e il sospeso, a trasmettere per quello che deve anche se nettamente al di sotto del suo compagno. Jean Reno, il nonno di Sandro, riesce invece nel compito di essere il collante temporale dei vari momenti della vita del protagonista, quasi un taccuino privato su tutto quello che è stato e che sarà o potrebbe essere.
Il messaggio che Amanda Sthers ha voluto trasmettere con quest’opera, peraltro evidentemente giusto, è che la nostra vita è un enorme e continuo sliding doors. Proprio l’andare da una parte o dall’altra, insieme alle scelte non sempre ponderate del destino, che anzi spesso volta le spalle, è la discriminate di un futuro piuttosto che un altro. Alcune volte tali decisioni sono figlie delle circostanze forzate del momento, al netto delle responsabilità, in altre la combinazione è cosi ingarbugliata che non si riesce ad avere la lucidità di scegliere per quello che realmente si vuole. E cosi due figli, una tenuta in Italia e degli amici immensi riescono solo in parte a bilanciare quello che è stato il suo (di Sandro) vero amore (Laura) che sino all’ultimo momento continua a sognare sia per quello che sarebbe potuto essere che in quello che, in giardini diversi, potrebbe ancora accadere. In una sorta di combinazione sfalzata di quel tempo a spirale di cui abbiamo parlato all’inizio e a cui tutti, chi prima e chi dopo, dobbiamo dare spiegazioni.
Jonhdoe1978
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