
Ogni guerra, al di là delle sue intrinseche specifiche, ha come comun denominatore quello di tirare fuori il peggio da ogni essere umano. E’ come se all’improvviso, in tale situazione, scomparissero i normali canoni di giudizio sostituiti da una nuova e pericolosa legge non scritta che ha proprio nell’essere particolarmente labile e larga la sua caratteristica principale.
Un nuovo gruppo di giovani soldati sbarca nel Vietnam. Tra di loro c’è Chris Taylor (Charlie Sheen) figlio di una famiglia benestante che ha deciso di arruolarsi come volontario convinto che non fosse giusto che venissero chiamati solo i più poveri. Viene assegnato alla compagnia Bravo 2 che vede come leader, oltre al debole Tenente Wolfe (Mark Moses), lo spietato sergente maggiore Robert “Bob” Barnes (Tom Berenger) e il più indulgente sergente Elias Grodin (William Dafoe).
Tra tutte le guerre quella del Vietnam è senza ombra di dubbio quella cinematograficamente, almeno a livello americano, raccontata. Il motivo, a mio avviso, fa ricercato in un insieme di fattori che vanno dalla profonda frattura sociale che questa campagna ha comportato all’impossibilità di darne un preciso riscontro storico. Sotto quest’ultimo aspetto, a differenza ad esempio delle due guerre mondiali, ci sono migliaia di zone d’ombra, di momenti di pure guerriglia nella giungla del luogo, che trova la sua definizione solo nei racconti di chi l’ha vissuta e quindi per definizione, possibile di adattamenti. A questi va aggiunto un ulteriore elemento, forse il più importante, le ripercussioni psicologiche senza precedenti che tale conflitto ha creato in chi l’ha vissuto. Ed è proprio su questo che Platoon posa le sue radici, raccontandoci una storia intima, il percorso di un giovane ragazzo come tanti sconvolto e sopraffatto da degli eventi che solo a posteriori, e molti anni dopo, si dimostreranno essere più grandi di quello che si pensava.
Oliver Stone, autore di regia e sceneggiatura, decide di affrontare il tema sotto un triplice aspetto che va dall’appiattimento sociale alla creazione all’interno di una cosa sbagliata, la guerra appunto, di un’ulteriore dicotomia tra bene e male, passando per lo stravolgimento dei principi di cui si diceva all’inizio. Il primo punto riguarda di come nei conflitti, il rango, l’istruzione e i soldi non contino nulla, di come sia possibile, non pensabile nella società ieri come ora, schiava dei gruppi e delle classi sociali e mentali, ritrovarsi semplicemente come individui. L’impressione è di come solo una situazione cosi al limite posso sgretolare concetti cosi radicati, annullando quelli che a prescindere dal contrasto, sono schemi precostituiti inconsci.
Come detto Stone decide di addentrarsi nella psicologia dei protagonisti creando una distinzione netta tra giusto e sbagliato all’interno di un qualcosa di sbagliato per definizione. Elias e Barnes diventano gli estremi di questo filo, l’angelo e il demone che segna il confine tra la dignità e la sopraffazione. Soprattutto Elias cerca in ogni modo, all’interno di un contesto dove non possono valere le regole che conosciamo, di mantenere un equilibrio umano, fatto di valutazione specifiche delle situazioni generali, distinguendo tra azione e reazione.
Nel mezzo c’è Tyler quale rappresentazione dell’uomo comune, del ragazzo che cerca di portare in terra sconosciuta i principi che sino ad allora lo hanno contraddistinto, che poi sono lo specchio della maggior parte di noi. Il suo fallimento, il suo essere sopraffatto dall’istinto e dalla frustrazione non è altro che il fallimento generale, di come la guerra, intesa in senso lato, ha la capacità di cambiarti, di riscrivere in parte il tuo dna, trasformandoti in un ibrido al limite tra la ragione e la follia. Quello con cui alla fine combatte, ed è un concetto esteso a tutti, non è solo contro i Vietcong ma soprattutto contro se stesso, contra la coscienza che giorno dopo giorno ha trovato un equilibrio diverso e pericoloso. Il rispetto ha rischiato in continuazione di perdersi, cosi come la definizione tra la vita e la morte diventata colpevolmente labile e confusa. La bandiera sventolata alla partenza ha piano piano perso i suoi colori, sbiaditi dai colpi incessanti dell’incapacità a capire, di quello smarrimento ideologico figlio di una personalità diventata debole e perennemente incoerente.
Charlie Sheen è autore senza dubbio, della sua prova più convincente e completa. La sua metamorfosi interiore ed esteriore rispecchia l’andamento degli eventi, di quella lotta nella lotta a cui è stato costretto. Accanto a lui un cast di una solidità impressionante, capeggiato da uno straordinario Tom Berenger, probabilmente anche lui alla sua migliore interpretazione.
Negli occhi e nei gesti di Chris Tyler, Stone ha voluto portare il dramma di un’intera generazione sconfitta da questa guerra sia nel fisico che nel morale. I suoi danni si sono visti per anni, cambiando, e le ultime parole del film lo conferma, le prospettive di milioni di ragazzi che in quel luogo hanno perso gioventù e sogni. Come detto, gli scontri in molti casi non hanno nessun ricordo o documento storico se non in chi era li e quindi non possiamo sapere sino in fondo cosa si è provato e sentito. Di certo ognuno di loro ha avuto un momento specifico in cui il proprio vaso di pandora si è rotto trasformandoli in qualcosa che probabilmente non erano. Oliver Stone per Chris ne sceglie uno, diventato un’icona del cinema di settore: la corsa disperata di Elias tra le foglie bruciate, con il petto pieno di piombo e il fumo che gli bruciava i polmoni. Li la speranza è andata persa insieme a l’ultimo bagliore di umanità, stroncato dall’egoismo e dal senso di onnipotenza che spesso indossare un’arma comporta, in un mix tra giudice e carnefice. In quel momento la sconfitta è stata totale, l’impotenza si è mischiata all’indignazione e la giustizia alla vendetta dando la dimensione definitiva del senso direi distruttivo, che la guerra comporta, fine principale di questo capolavoro senza data di scadenza.
Jonhdoe1978
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