
Per certi film diventiamo ripetitivi, più li vediamo e più abbiamo voglia di vederli. E quando è cosi non è per una questione di tecnica o stile ma solo di pura, semplice e incontrollata soddisfazione personale.
Una giovane turista danese perde l’autobus che l’avrebbe portata dalle montagne alla vicina cittadina. Impaurita e infreddolita cerca rifugio in una baita non molto lontana dalla fermata e viene brutalmente uccisa e decapitata dal killer in essa nascosto. E’ solo l’ultimo dei tanti omicidi nella cosiddetta Transilvania Svizzera a cui stanno cercando di dare una risoluzione l’ispettore Rudolf Geiger (Patrick Bauchau) e l’entomologo John McGregor (Donald Pleasence).
Non molto tempo arriva in questi luoghi per studiare, Jennifer Corvino (Jennifer Connelly), figlia del famoso attore Paul, e in possesso di una particolare affinità con gli insetti.
Quello che ha rappresentato Dario Argento per il cinema italiano e per il genere horror a livello internazionale, non può essere capito sino in fondo dalle nuove generazioni. E questo non per la mancata voglia o interesse, almeno per parte di loro, di ritrovare e rivedere alcuni suoi titoli ma proprio per l’impossibilità temporale di comprendere e assaporare l’impatto di tale opere sulla società dell’epoca. Io stesso, che al momento dell’uscita del film in oggetto avevo 7 anni, rispetto a chi l’ha vissuto in piena coscienza, sono stato parzialmente toccato da questo tzunami, rimanendone comunque travolto e per lunghi tratti estasiato.
Phenomena, film scritto, diretto e prodotto dallo stesso Argento, rappresenta la perfetta combinazione e gestione tra storia, suspance e horror puro e crudo. E questo partendo dall’indiscutibile considerazione, vera oggi come allora, che questo genere è il più complicato da raccontare senza rischiare di perdersi in banalità o esagerazioni. Riuscire, infatti, a tenere bilanciato il mistero con il sangue vero e proprio, la storia ci ha insegnato non essere abilità per tutti ma anzi capacità solo per pochi eletti.
Il regista romano parte da una semplice e aggiungerei, ovvia base di partenza: c’è un assassino e un gruppo di persone che cercano di prenderlo. Anche se peraltro buonissima, non è la motivazione di tali omicidi (come accaduto in Profondo Rosso, per esempio) la vera bellezza di questo film ma la costruzione dei personaggi che hanno portato alla sua scoperta e questo a cominciare dalla sua protagonista. Aver affidato le chiavi del successo a una ragazza di 15 anni, seppur con già sulle spalle un ruolo di primo piano in quel capolavoro chiamato C’era una volta in America, era rischioso oltre che estremamente complicato. Il cambio di espressività, in linea di massima, tra la normalità e l’orrore non può essere coinvolgente al 100% con la possibilità di diventare artefatto e fittizio. Di questo Dario Argento ne era ben cosciente e allora in maniera che definirei geniale, quando ha scritto la sceneggiatura, ha dipinto la protagonista con un atteggiamento angelico (come l’età imponeva) contrastandolo figurativamente con un potere per definizione sporco (il controllo degli insetti) trovando cosi il giusto ponte tra innocenza e, appunto, orrore. In questo percorso erano però indispensabili una o più figure di raccordo che donassero al film esperienza espressiva e soprattutto, profondità carismatica e interpretativa. Sotto questo aspetto il prof. John McGregor è stato perfetto sia per le difficoltà fisiche, che hanno permesso altri sillogismi e aperture concettuali e narrative, che proprio come collante temporale e spaziale tra i vari delitti.
E per questo ruolo nessuna figura per esperienza e modo di comunicare era migliore di Donald Pleasence, vera icona mondiale del genere horror. La sua interpretazione è calda, sicura, una perfetta combinazione tra consapevolezza e necessità. Dà quasi l’impressione di aver vestito i panni della chioccia sia per la protagonista che proprio per il giusto andamento del film. A mio avviso, splendida anche Jennifer Connelly nonostante, vista a posteriori, ancora acerba e quindi lontana dalla sicurezza scenica che ci dimostrerà nella sua carriera. E’ ovvio che questa considerazione interpretativa generale deve essere vista in virtù del modo e dei tempi con cui si recitava all’epoca.
Come ho avuto più volte modo di scrivere ho sempre avuto un debole per il genere horror e il merito in parte, è di Phenomena, uno dei primi film di questa branchia cinematografica che ho visto. La motivazione va ricercata oltre a come detto, alla perfetta combinazione tra tematica e narrazione al continuo rimando alla diversità e alle difficoltà a essa derivanti. Tutti i protagonisti, in un modo o nell’altro, hanno qualcosa di estremo che li identifica, quello che li differenzia è il come reagiscono a tali impedimenti o particolarità. E’ come se Dario Argento abbia voluto mostrare come sia sottile la differenza tra vittima e carnefice e soprattutto, come la rabbia e l’ingiustizia, di partenza o successiva, possa indirizzare scelte e motivazioni. Il tutto con un ritmo alternato e non consequenziale che ha fatto si che questo titolo sia stato uno dei più consumati nella mia adolescenza quale sintesi tra paura, riflessione e ammirazione.
Jonhdoe1978
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