
Nel 2008, durante una conferenza sui mezzi di comunicazione, uno dei relatori, in maniera brillante, ci spiegò come l’iphone, uscito pochi mesi prima, non aveva fatto altro che far emergere bisogni che non sapevamo di avere. Il suo esempio fu sulle previsioni del tempo, e spiegò: “Ora che possiamo sapere con un semplice click che tempo farà per giorni, la nostra mente lo ha trasformato come una superficialità irrinunciabile”. Ovviamente eravamo agli albori delle app, ma il senso di quel discorso fu assolutamente azzeccato. Con gli anni, infatti, il cellulare, bisogno dopo bisogno, si è trasformato nella nostra copia digitale, in esso ci sono tracce di tutto quello che siamo, attitudini, sogni, distrazioni, curiosità e psicologo privato e silenzioso compresi.
E’ notizia di pochi giorni fa che Perfetti Sconosciuti ha ritoccato il record, già suo, di 20 remake in tutto il mondo. La risposta al perché di tanta proliferazione del film girato e pensato, insieme a Filippo Bologna, Paolo Costella, Paola Mammini e Rolando Ravello, da Paolo Genovese sta nella sua universalità territoriale e concettuale. L’utilizzo scomposto dello smartphone, infatti, vale a Roma come a New York, esattamente come le insicurezze o i segreti che teniamo al suo interno.
Il film parte da una presunta iperbole: ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta. Ho specificato presunta perché al di là delle evidenti forzature della trama del film (è un po’ complicato dare per buoni tutti quegli intrecci), se considerata nella giusta dimensione, quell’affermazione è vera e vale per tutti, nessuno escluso. La vita pubblica è quella che ci imponiamo e di cui necessitiamo per una relazione, spesso lavorativa, adeguata al clichè societario, la privata è quelle delle quattro mura e che a conti fatti ci scegliamo, compagna, moglie/marito, amici e poi c’è quella segreta. Ecco questa è senza dubbio la più larga, nel senso che al suo interno può esserci di tutto. Dal mio punto di vista, e Perfetti sconosciuti vuole solo essere una lente d’ingrandimento gigantesca, tutti abbiamo dei lati caratteriali e di pura immaginazione o di gesti che teniamo per noi. Ora senza entrare nella metafisica comportamentale, anche se poi è quella a cui la maggior parte di noi fa riferimento, il film vira più alla parte brutta o marcia della questione trasformando quasi tutti i protagonisti in una sorta di anime senza punti di riferimento o morale. Per carità, il film per vivere aveva bisogno di tanti e continui sussulti, ma il prezzo a mio avviso pagato è stato di allontanarsi dalle possibilità e dalla realtà. Parliamoci chiaro, in un tavolo di 10 persone, per percentuale, ci sarà magari un “traditore” ma arrivare alla perversione generale di tutti i personaggi, forse solo Bianca e Rocco se ne estraniano, è oltremodo irreale.
Definite le mie perplessità, è comunque impossibile non apprezzare del film la struttura, l’idea e soprattutto la fine. Se il concetto di schiavitù dal cellulare, inteso come succo del nostro io (basti pensare alle note confuse che spesso ci mettiamo per non scordarci qualcosa), è raccontato in maniera assolutamente coerente, entusiasmante e geniale è il modo con cui Perfetti Sconosciuti chiude la sua storia. Un colpo da maestro, anche per come visivamente rappresentato, che va oltre quello raccontato e che va a incastrarsi nel più classico ma se…
E’ ovvio che in finale del genere ognuno ci trova la sua di motivazione, certe storie a quello servono e mirano, che va dal vorrei o non vorrei sempre sapere la verità al più casuale concetto di amicizia, amore e lealtà passando per quel generale, intimo e rassegnato sentore di amoralità e malinconia. E non c’è bisogno per percepire quest’ultima condizione di arrivare alle tre amanti e i due figli di Cosimo, basta solo la difficoltà di un amico di una vita nel dire il suo orientamento sessuale o il fatto, in questo contesto emerge più ingiusto di quello che sarebbe, o stesso non venga chiamato per il calcetto.
Leo, Giallini, Mastandrea. In quegli anni, parzialmente anche oggi, non si poteva trovare di meglio e loro rispondono con un’interpretazione assolutamente attendibile e solida. E se lo stesso lo si può sostenere per Battiston, un filo sotto è la consistenza della parte femminile. Ovviamente è una sensazione personale, ma l’irruenza dei vari personaggi è stata evidentemente differente.
Perfetti Sconosciuti è un film sostanzialmente indigesto ma che, oltre l’iperbole, stavolta concreta, nasconde, come detto, un’indubbia verità: tutti nascondiamo qualcosa. E’ ovvio che questa affermazione va oltre il pensiero di Gabriel García Márquez (è sua la frase che tutti gli esseri umani hanno tre vite: una pubblica, una privata e una segreta) e riguarda nella maggior parte dei casi, innocui, a volte inutili e masochisti viaggi mentali. E chi dice “io non ho nulla da nascondere” mente, seppur, ripeto, dall’alto di qualcosa che comunque non sempre invaderebbe o modificherebbe il pensiero o l’atteggiamento altrui, con l’ovvia variabile del tipo di rapporto (amico/moglie-marito/conoscente/genitore).
Genovese ha portato all’estremo questo concetto, arrivando, a differenza di quanto appena detto, a considerare quelle non verità non solo invadenti ma proprio definitorie e modificative della vita degli altri. E al di là dell’idea personale, che ormai dovrebbe essere chiara, l’ha fatto con capacità, tenendo tutti i pezzi ben saldi per il finale, che non si può non considerare come uno dei più impattanti, per materialismo e significato onirico, degli ultimi anni.
Jonhdoe1978
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