
La giustizia privata è uno dei temi più affrontati nell’ambito cinematografico. Le sue sfaccettature, (semplici indagini, spionaggio, azione fisica) sono cosi tante che non c’è il rischio a priori, di non essere originali. Il problema semmai, è che tale struttura narrativa è stata usata cosi tante volte che la linea tra ottimo lavoro e disastro completo si è fatta sempre più sottile.
Rowena Price (Halle Berry) è una giovane e promettente giornalista che inizia a indagare sull’efferato omicidio dell’amica di infanzia, Grace Clayton. Per farlo si avvale dell’aiuto dell’amico/collega ed esperto informatico, Miles Haley (Giovanni Ribisi). Durante le loro indagini, scoprono che Grace aveva avuto una relazione con il famoso pubblicitario Harrison Hill (Bruce Willis), nonostante quest’ultimo fosse sposato e legato, economicamente, a doppio filo con la moglie. I due verranno anche a sapere che sempre Grace, aveva minacciato e ricattato lo stesso Hill, di rivelare il loro legame e che quest’ultimo aveva reagito molto male a tali pressioni. Convinta che il pubblicitario ne sappia molto di più sul delitto, Rowena si fa assumere come stagista nella sua agenzia per tenerlo d’occhio e comprendere se era effettivamente coinvolto.
Perfect Stranger è un film pensato male, costruito male, gestito male e con un finale imbarazzante. La regola numero uno di ogni pellicola del genere è che il colpevole non è mai quello che ci viene indicato all’inizio. E’ quasi una regola non scritta, e che può funzionare, il problema, semmai, è che spesso si fa a gara per trovare il finale più sorprendente, nella convinzione di riuscire cosi, a lasciare a bocca aperta lo spettatore. Niente di più sbagliato. Quello che cercano le persone che si affacciano a questi tipi di film è qualcosa, che si, sorprenda, ma che rimanga sia nella sfera del possibile che dell’accettabile.
La storia del film è, invece, un susseguirsi di situazioni paradossali, povere, banali, che lasciano spazio solo a qualche sorriso più di imbarazzo che altro. Lo sviluppo narrativo è sbagliato già nella sua premessa e questo ha comportato sin da subito la debolezza della sua struttura. Le scene susseguenti hanno rafforzato ancor di più tale sensazioni, che, anche prese singolarmente, risultano essere veramente, di un livello emotivo e di coinvolgimento molto basso.
Il grande paradosso è che i due attori protagonisti, Halle Barry e Bruce Willis, non sono neanche male, riescono a interpretare benino i loro ruoli, rendendo chiare le personalità che li accompagna. Il problema è la costruzione intorno a loro che è debole e fatta solo di sabbia asciutta e quindi per definizione non assolutamente modellabile e adatta allo scopo.
Il film gioca tutto sui dialoghi, sulla introspezione delle persone, rinunciando a qualsiasi azione, anche quando necessaria. Il risultato è di una eccessiva lentezza di una trama che come detto, già di per se, non cattura. E così troviamo dialoghi lasciati a metà che dovrebbero essere completati dagli sguardi o dai gesti dei protagonisti e che invece restano per lo più, sospesi. Anche la gestione dei Flashback è confusa e frammentaria e ha il solo scopo di prolungare l’attesa di un finale che lascia molto più amaro che dolce, in una specie di matrioska cervellotica e incastrata a forza.
Il messaggio su cui il film si poggia è l’estremizzazione del detto “nessuno è come sembra” e che tutti hanno dei mostri o dei fantasmi da nascondere. Il problema è l’esagerazione di tale concetto, e cosi abbiamo: un multimiliardario che non fa altro che passare da una donna a un’altra sfruttando il suo potere, un giovane hacker che è anche un pervertito che gli piace riprendersi con le ragazze in atteggiamenti intimi, oltre che collezionare feticci delle stesse (Rowena compresa) nella sua stanza oscura segreta e una giovane e avvenente donna che risulta essere solo una fredda assassina calcolatrice. Insomma un inno a chi è più torbido e a chi è più cattivo e senza anima, nella manifestazione di una realtà senza vittime e con soli carnefici, Grace inclusa. Il tentativo è, a mio avviso, fallito miseramente collassando sulla sua stessa idea. La detta estremizzazione concettuale, di per sé già esagerata, è completamente sgretolata dalla semplice banalità con cui viene raccontata, dando l’impressione di una netta approssimazione di idea e di esecuzione.
Jonhdoe1978























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