
Con Non così vicino, il tedesco Marc Forster affronta l’insidiosa sfida del remake hollywoodiano di un piccolo gioiello europeo, A Man Called Ove, portato sullo schermo nel 2015 da Hannes Holm.
Il risultato è un film ben confezionato, interpretato con cura, ma inevitabilmente più levigato, più accomodante, e meno spigoloso dell’originale. Una commedia drammatica che cerca il cuore dello spettatore con una gentilezza così programmatica da rischiare, talvolta, la prevedibilità.
La storia è quella, già nota a chi ha letto il romanzo di Fredrik Backman o visto il film svedese: Otto Anderson (Tom Hanks), un anziano vedovo dall’umore scorbutico e dalla rigidità ossessiva per le regole, si aggira nel suo quartiere come un controllore solitario, ostile al mondo e a chi lo abita. Ma l’arrivo di nuovi vicini, una famiglia latinoamericana chiassosa e affettuosa capitanata dall’energica e solare Marisol (Mariana Treviño), romperà il suo isolamento e gli offrirà, lentamente, una via di ritorno alla vita. La versione di Forster trasla la vicenda dal quartiere residenziale svedese ad una cittadina borghese degli Stati Uniti, e nel farlo smussa molte delle rugosità del personaggio di Ove Lindahl e del contesto in cui si muoveva, puntando su una narrazione più luminosa e riconciliata.

Dal punto di vista della sceneggiatura, Non così vicino funziona per struttura e ritmo, ma si adagia su meccanismi collaudati: l’ironia bilancia la malinconia, i traumi emergono con flashback ordinati, i personaggi secondari entrano ed escono come pedine ben posizionate per portare avanti l’arco di trasformazione del protagonista. Il copione procede per accumulo di buone intenzioni, senza mai deviare da un percorso tracciato con cura, ma anche con una certa prevedibilità.
Forster, regista eclettico ma spesso diseguale, opta per una regia classica, quasi invisibile, che accompagna la storia senza imprimere una vera visione autoriale. Il suo è uno sguardo delicato ma fermo, che evita facili sentimentalismi e opta per una narrazione che si nutre di piccoli gesti, silenzi e dettagli visivi che parlano al posto delle parole. L’approccio registico è quindi assai sobrio, ma sufficientemente efficace: i movimenti di macchina sono misurati, la fotografia è pulita e predilige toni freddi nei momenti di solitudine e colori caldi quando si accende la speranza, la colonna sonora delicata e funzionale. Il contrasto visivo riflette l’evoluzione emotiva del protagonista, il suo percorso da uomo chiuso alla vita a figura paterna e guida inaspettata.
Tutto è al posto giusto, ma manca un elemento di dissonanza, di rischio, che possa trasformare il film da semplice operazione ben riuscita a opera memorabile.

L’aspetto più interessante (ma anche più problematico) è il modo in cui il film rilegge l’integrazione culturale e l’empatia intergenerazionale. La famiglia latinoamericana diventa non solo il motore narrativo della redenzione di Otto, ma anche una rappresentazione un po’ stereotipata della vitalità “altra” che salva il bianco disilluso. Marisol, la vicina incinta e ipercompetente, è scritta con simpatia ma senza grandi sfumature, sempre pronta a offrire supporto, pazienza e dolci fatti in casa. Il rischio è quello di una dinamica unidirezionale, in cui la diversità è funzionale alla crescita del protagonista anziché essere esplorata come soggetto autonomo.
Hanks, nella parte di Otto, incarna perfettamente l’ideale dello “scorbutico dal cuore d’oro” che Hollywood ama proporre ciclicamente e che dalle nostre parti, nel 1986, aveva già affrontato Adriano Celentano ne Il burbero di Castellano e Pipolo. Il suo carisma e la sua affabilità naturale sono tuttavia anche il limite più evidente della sua interpretazione: il dolore di Otto è più suggerito che vissuto, la sua rabbia più educata che inquietante, e la sua redenzione così graduale e lineare da non lasciare mai spazio al dubbio o alla complessità. Hanks è, come sempre, impeccabile, ma forse troppo rassicurante per un personaggio che dovrebbe invece graffiare prima di accarezzare.
Al contrario spicca il carattere solare e l’apertura emotiva della Treviño, interprete della vivace e comunicativa vicina piena di energia che, non a caso, proviene da un contesto diverso rispetto al più chiuso ambiente americano. La sua presenza porta calore e vitalità a molte delle sequenze in cui appare. Ad interpretare invece il giovane Otto è Truman Hanks, figlio di Tom, qui al suo esordio cinematografico, con una recitazione intensa e uno sguardo carico di espressività.

Detto questo, Non così vicino riesce comunque a toccare corde emotive vere, specialmente quando abbandona le battute e si confronta con la perdita, la depressione, o il suicidio mancato. Sono momenti che emergono a tratti, non sempre sviluppati fino in fondo, ma che rivelano una sincerità di fondo nel voler parlare di dolore senza retorica. In quelle sequenze, il film si avvicina di più all’originale europeo, recuperando un senso di vulnerabilità che troppo spesso cede però il passo alla costruzione di un finale edificante.
Non così vicino è un prodotto solido, confezionato con mestiere e pensato per un pubblico ampio, in cerca di emozioni gentili e rassicuranti.
Funziona per ciò che è: un dramma leggero, una storia di seconde possibilità e di gentilezza ritrovata. Ma proprio in questa volontà di piacere a tutti, perde qualcosa della rudezza e dell’imprevedibilità che rendevano più autentica la sua fonte.
In un panorama cinematografico spesso dominato da cinismo e velocità, Non così vicino ha senza dubbio il coraggio di rallentare e di ascoltare. E questo, oggi più che mai, è un atto rivoluzionario.
Hollywood ha però, nel tentativo di renderlo più “vicino”, addolcito Ove trasformandolo in Otto. Ma forse, nel farlo, lo ha anche reso un po’ meno vero. E di questo ne paga lo scotto.
Alessandrocon2esse


Lascia un commento