
Una pellicola irripetibile e, giustamente, mai ripetuta.
Non ci resta che piangere è in un modo tutto suo una rivoluzione: la documentazione su cellulosa della volontà febbrile di due talenti comici fuori dall’ordinario, allora al massimo delle loro capacità, di muoversi sul set immaginando che il set non esista.
Completamente privi di interesse nei riguardi della narrazione canonica, Massimo Troisi e Roberto Benigni si sono lanciati in una travolgente e prolungata improvvisazione che corre su un effimero canovaccio. Un film all’insegna del ridere per ridere. Libero da ogni schema, costrizione e per forza di cose surreale, sembra quasi un capriccio portato avanti dai due artisti per farsi beffe della realtà, dove la voglia di giocare viene prima di qualunque struttura e/o forma prestabilita.
Non ci resta che piangere è una pellicola quasi impossibile da descrivere. Un lavoro sconnesso e complicatissimo da classificare e che quasi meriterebbe una categoria a sé. Quasi una dichiarazione di “Anti-Cinema”, ma così aggressiva da riuscire a conquistare al di là di ogni altra riflessione possibile. La sfrontatezza di Benigni e la dolcezza di Troisi creano un’alchimia talmente perfetta da rendere libero in modo risolutivo il film, trasformandolo nell’esigenza di un nuovo ed irreale spazio fuori da ogni criterio produttivo.
Non esiste, nell’unico momento di collaborazione attiva di due dei più brillanti ingegni comici italiani degli anni Ottanta, alcuna attrazione per gli strumenti tecnici e tecnologici ed i meccanismi che consentirebbero il viaggio nel tempo da cui prende vita la cornice in cui si districa la loro “linguaccia” anarchica ed irreale, del tutto disinteressata alla tessitura e alla progressione del racconto verso il suo finale. Nel Ritorno al futuro della commedia italiana non ci sono DeLorean e Flussi Canalizzatori e questo perché, in maniera molto semplice, Non ci resta che piangere non è una pellicola sul viaggio nel tempo, ma con un viaggio nel tempo che permette a due talenti comici con modi agli antipodi di divertirsi, creare e folleggiare tra loro.
La regia, condivisa dai due protagonisti, è l’anello debole del film. Banalotta e priva del necessario mordente proprio a causa di questa “alternanza” dietro la macchina da presa, anch’essa non organizzata ed improvvisata come la maggior parte delle gag presenti e non previste. Troisi affermò che, per pigrizia del compare, sulla sedia da regista ci finisse quasi sempre lui e che numerose scene dovettero essere riviste in corsa, o addirittura ripetute decine di volte, a causa delle continue risate degli stessi interpreti. Prospettive che per i montatori si facevano sempre più disastrose giorno dopo giorno, con una enorme mole di girato quotidiano (il più delle volte raffazzonato), di cui però le idee e la resa scenica erano talmente esilaranti che del film esistono due differenti montaggi, tra cui una versione estesa televisiva che sfiora le due ore e mezza.
Ma è proprio la sensazione che traspare dal divertimento, per nulla nascosto, dei due protagonisti ad aver reso indimenticabile Non ci resta che piangere. Troisi e Benigni appaiono come primi spettatori delle loro stesse trovate comiche, spassandosela sul set quasi come se non esistesse null’altro al momento stesso vissuto. Che poi alla fine è un po’ come finiscono per stemperare le iniziali preoccupazioni dei loro Mario e Saverio, dopo il salto indietro nel tempo di cinque secoli, dando spazio all’avventura e facendosi travolgere dagli eventi e dal caso: il viaggio nel tempo dei due protagonisti si rivela come un’altra possibilità di vita rispetto a quelle irrealizzate che avevano vissuto finora, proprio come la capacità dei due attori di liberarsi da qualsiasi legaccio strutturale, per viaggiare in territori dominati dall’improvvisazione, ha aperto una nuova strada nel cinema nostrano. Una strada che un po’ per timore reverenziale ed un po’ per l’effettiva assenza di interpreti di cotanto spessore carismatico, è stata percorsa una sola volta.
La scenografia fiabesca e schiettamente posticcia di Francesco Frigeri, la riuscita colonna sonora di Pino Donaggio ed un azzeccato cast formato da bravi e convincenti attori e caratteristi, rifiniscono la surreale atmosfera costruita dai frizzi dei due protagonisti. Volti nuovi come quelli di Amanda Sandrelli, Iris Peynado e Livia Venturini, si affiancano agli amici di scorribande Paolo Bonacelli e Carlo Monni, per aggiungere divertenti sfumature alla già colorata parodia societaria del “Millequattrocento…quasi Millecinque” disegnata dal novello duo e collaborare ad alcune delle tante battute e scene del film che sono entrate a far parte del linguaggio comune e dell’immaginario collettivo.
Campione al botteghino con oltre 15 miliardi di incassi e produzione nazionale più vista della stagione 1984-85, Non ci resta che piangere è stato ed è tuttora uno dei film più divertenti che la commedia italiana abbia mai prodotto e, purtroppo per via del destino che ci ha sottratto troppo precocemente la fantasia di Troisi, un prodotto impareggiabile.
Alessandrocon2esse
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