
C’è una domanda, semplice solo in apparenza, che attraversa Nata per te: “Che cos’è una famiglia?”
Fabio Mollo la affronta partendo da una storia vera, quella di Luca Trapanese, uomo single, gay, cattolico, impegnato da anni nel mondo della disabilità, che nel 2018 riuscì ad adottare Alba, neonata con sindrome di Down abbandonata in ospedale alla nascita. Un caso eccezionale, reso possibile dall’articolo 44 della legge del 1983 sulle adozioni in casi particolari, ma anche da una lunga battaglia umana, giuridica e affettiva combattuta “Un pezzo alla volta, fino a Marte”.
Il film segue Luca, interpretato da Pierluigi Gigante, nel suo desiderio ostinato di diventare padre. Non un padre simbolico, non un volontario generoso, ma un genitore riconosciuto dalla legge. Intorno a lui si muovono figure decisive: l’avvocata Teresa Ranieri, a cui Teresa Saponangelo regala energia, concretezza e calore; la giudice minorile Livia Gianfelici di Barbora Bobulova, severa ma non caricaturale, chiamata ad applicare norme vecchie a casi che il presente rende urgenti; Nunzia l’infermiera di Antonia Truppo, che accudisce Alba in ospedale con una dedizione quasi materna; e la madre di Luca Antonia, interpretata da Iaia Forte, presenza affettuosa e musicale, forse talvolta più isolata dal contesto che pienamente integrata.

Il regista calabrese sceglie di non fare un film apertamente militante, o almeno non solo.
La dimensione politica è evidente: l’Italia raccontata da Nata per te è un Paese in cui single e coppie omosessuali restano cittadini di Serie B davanti al desiderio di genitorialità, mentre bambini già fragili rischiano di essere ulteriormente scartati da un sistema che continua a considerare la famiglia tradizionale come unico approdo legittimo.
Eppure il regista preferisce spostare il baricentro verso l’intimità, verso il percorso emotivo di Luca, il suo passato, la fede, la scoperta dell’amore, la vocazione mancata, la scelta di trasformare la cura degli altri in una forma di vita.
Questa struttura, costruita su continui flashback, è insieme il punto di forza e il limite del film. Da un lato permette di non ridurre Luca a un caso giudiziario, restituendogli una biografia, ferite, esitazioni, contraddizioni. Dall’altro appesantisce a tratti il racconto, rischiando di frammentare la tensione principale e di spiegarci troppo ciò che sarebbe bastato intuire. Nata per te funziona meglio quando si affida ai dettagli: uno sguardo, un biberon, una conversazione alla finestra, l’avvocata che osserva Luca mentre tiene Alba tra le braccia. Meno quando cerca la scena madre, la sottolineatura musicale, il momento emotivo già preparato per commuovere.

Anche la regia resta piuttosto convenzionale, lontana dalle asperità più autoriali di Mollo. Napoli è fotografata con grazia, tra luoghi popolari e spazi istituzionali più freddi, ma senza diventare davvero un organismo drammatico. La confezione è pulita, accessibile, a tratti perfino televisiva; tuttavia conserva una sincerità che impedisce al film di scivolare nel ricatto sentimentale.
Il merito è soprattutto del cast. Gigante regge con pudore un personaggio difficile, anche se talvolta il suo dolore resta troppo contratto; Saponangelo, invece, è il vero motore del film, capace di dare ritmo, ironia e vitalità a ogni scena.

Il rapporto tra Luca e Alba, paradossalmente, avrebbe forse meritato più spazio. Il film racconta molto bene la battaglia per arrivare a quella paternità, meno la nascita concreta di quel legame. Ma il senso dell’opera resta limpido: non è il sangue a fondare una famiglia, e non dovrebbe essere una burocrazia immobile a decidere dove possa abitare l’amore.
Nata per te non è un film perfetto: è didascalico in alcuni passaggi, emotivamente diseguale, più forte nelle intenzioni che nella forma. Ma è anche un film necessario, tenero senza essere fragile, civile senza diventare comizio.
Racconta una possibilità, e lo fa con una convinzione che, nonostante qualche ingenuità, arriva a destinazione.
Alessandrocon2esse
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