
O si crede nelle coincidenze o non ci si crede. Questo è un campo, a differenza di molti altri, dove non esistono vie di mezzo se escludiamo ovviamente, quelle accomodanti che a volte diamo per giustificare o razionalizzare a bassa o alta voce una scelta discutibile o socialmente anomala. A seconda di come la si pensi cambia anche il modo di affrontare le situazioni che cosi risultano, sia in un modo o nell’altro, o terribilmente semplificate o drammaticamente complicate.
Dopo un prologo nel quale ci vengono mostrati tre casi anomali e straordinari chiedendosi e chiedendoci quanto ci sia, appunto, di caso o destino, l’attenzione si sposta a San Fernando Valley, Los Angeles, dove 9 persone iniziano quella che dovrebbe essere una loro normale giornata.
Intorno a Magnolia, già solo per capire la genesi del titolo, si sono sin da subito create leggende, interpretazioni e spiegazioni. Ovviamente e, a mio avviso, intelligentemente Paul Thomas Anderson ha fugato tali dubbi solo superficialmente favorendo cosi quella corsa alla verità, un po’ come successo per altri maestosi autori tipo Altan e Kubrick, che tanto piace a critica e spettatori. Dal mio punto di vista il cuore di Magnolia, tutto le altre azioni sono solo delle appendici, colorate, ma sempre appendici, è il peso del passato, su come nel bene o nel male sia impossibile scrollarsi di dosso eventi e situazioni che in qualche modo ci hanno segnato e che peraltro e inevitabilmente ci hanno reso, dopo di loro, quello che siamo. La frase “Noi possiamo chiudere col passato, ma il passato non chiude con noi”, che alla fine quasi tutti i protagonisti pronunciano, diventa cosi quasi un mantra, uno stile di vita inconscio dal quale è impossibile fuggire e che per caso o no (qui dipende da come la si vede) prima o poi ribussa alla nostra porta. Tale trasposizione all’indietro, secondo il racconto di Anderson, può essere diretta o derivata. Ad esempio, lo sviluppo dell’indole di Frank T.J. Mackey (Tom Cruise) e Claudia (Melora Walters) sono la conseguenza dell’azioni di altri, i quali quest’ultimi, in qualche modo, pagano quelle scelte e/o azioni solo quando di tempo non ce n’è più. La differenza di apnea emotiva nella quale ci si trova, a seconda se in un caso o nell’altro prospettato (diretta o derivata per intenderci), ha poi a sua volta uno sviluppo imprevedibile e che segue l’inclinazione personale e la capacità di reazione (vediamo il crollo improvviso di Linda (Julianne Moore)) che ognuno ha.
La bravura del regista/sceneggiatore statunitense è stata anche quella dell’essere riuscito ad armonizzare in più di 3 ore di racconto, una sola e unica giornata. Rendere omogenea tale intrinseca complicanza implica una capacità narrativa, oltre che di montaggio (fondamentale), superiore e una sensibilità di rafforzare i momenti salienti e scremare quelli superflui non comune. Al termine del film la sensazione di conoscere con precisione tutti e 9 i personaggi, solo forse Phil (Philip Seymour Hoffman) rimane un po’ ai margini, è netta e senza dubbi e questo rafforza la capacità appena esposta.
Magnolia è anche pieno di simbologia che ha il suo punto più alto e controverso, e non potrebbe essere altrimenti, nella pioggia finale di rane. Ora su questo la letteratura cinematografica si è scatenata tirando fuori le spiegazioni più fantasiose che non hanno escluso neanche la Bibbia e l’interpretazione che essa da dell’evento. Dal mio punto di vista, senza arrogarmi nessun diritto di verità, quella pioggia rappresenta una specie, sia come nuovo inizio o come fine, di punto e a capo per tutti i protagonisti. L’episodio che in qualche modo li ha posti di fronte all’ombra del passato in modo più chiaro e deciso. E’ come se per tutta la vita giri intorno a un bosco buio avendone troppa paura per poi all’improvviso decidere di entrarci pronto ad affrontare tutte le conseguenze. O al contrario rendersi conto che l’estremismo morale e la finta sicurezza non sempre sono la strada giusta per ottenere una qualche felicità o pace. Ad esempio se tale evento non fosse accaduto Jim avrebbe arrestato Donnie, rovinandogli la vita, e non avrebbe trovato la forza razionale e emotiva di provare a plasmare il suo modo di essere per abbandonarsi a Claudia ( e quindi soccombere a tutta la merda e il piscio cit.)
Senza entrare nelle capacità attoriali dei vari protagonisti, impossibile non spendere qualche parola sulla prova al limite della perfezione di Tom Cruise. Il suo Frank è di gran lunga il personaggio più luminoso del film e non tanto per le sue teorie sopra le righe quanto per la capacità di arrivare allo spettatore sia nella mimica che nel silenzio. Il primo piano durante le domande della giornalista, quando le dice che la sta giudicando senza parlare per intenderci, è di un’intensità straordinaria e dilagante. Ti travolge. Dal mio punto di vista avrebbe meritato l’Oscar e non una “semplice” nomination.
Detto questo, e andando verso la conclusione, Magnolia è un meraviglioso film che però ha il suo limite in una fine, a mio avviso, troppo soft. Tutte le estremizzazioni delle storie, che evidentemente non sono cosi consuete nella vita di tutti i giorni, avrebbero meritato dei colpi più forti, o meglio, delle posizioni che per quanto possibiliste (almeno per alcuni dei protagonisti) dessero una spallata decisa a ogni concetto preconfezionato. La sensazione è che negli ultimi 15 minuti, quando c’era da stringere le belle maglie costruite, Paul Thomas Anderson si sia specchiato sul suo stesso talento, stando più attendo alla facciata che al contenuto. Le porte del cambiamento, insieme alla fine e alle seconde possibilità, seguendo comunque il peso dell’età, arriva ma non come avrebbe potenzialmente potuto. Per usare una metafora è come aver raccontato lo staccamento dalla montagna di un’enorme lastra di ghiaccio che ha continuato a precipitare portandosi dietro tutto quello che c’era nelle vicinanze per poi soffermarsi negli ultimi secondi sulla nascita a valle di un nuovo ruscello.
Jonhdoe1978
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