
Con L’uomo in più del 2001, Paolo Sorrentino entra con forza nel panorama cinematografico italiano, ponendo fin da subito le basi per un percorso artistico che, seppur con qualche eccesso di retorica, dimostrerà negli anni un’incredibile originalità.
Ambientato in una Napoli anni ‘80 sospesa tra kitsch e malinconia, il film racconta le vite parallele di due uomini accomunati da un nome e da un destino segnato dal fallimento: Antonio Pisapia (Andrea Renzi) è un difensore centrale serio, idealista e introverso, mentre Antonio Pisapia (Toni Servillo) detto “Tony” è un cantante che incarna il narcisismo e l’egocentrismo di una star della musica leggera al tramonto. Entrambi si trovano, per motivi diversi, a fare i conti con il declino, la solitudine e il difficile tentativo di reinventarsi in un mondo che non lascia spazio ai perdenti.
L’esordio del regista partenopeo si aggiudica il Nastro d’Argento come Miglior Opera Prima e riceve tre candidature ai David di Donatello. Tuttavia, il riconoscimento ufficiale non è che un riflesso parziale della potenza narrativa e visiva di un’opera che scava nei recessi dell’animo umano e che ha lasciato una traccia concreta nella cinematografia italiana.
Il film si apre con una scena simbolica: un sub che annega, avviluppato da un polpo, in un’immagine che anticipa i temi della lotta e della resa che pervadono tutta la narrazione. Da qui si dipanano due storie parallele, che scorrono come binari destinati a sfiorarsi, senza mai davvero incontrarsi fino al tragico epilogo.
L’ambientazione napoletana non si limita a fare da sfondo alle vicende, ma si configura come un vero e proprio specchio delle emozioni dei protagonisti. Grazie alla fotografia di Pasquale Mari e alle scenografie di Lino Fiorito, Sorrentino ci regala una “Napoli insolita”, lontana dagli stereotipi turistici, dove l’atmosfera onirica e spettrale si mescola ai colori vivaci e agli eccessi degli anni ‘80. È una città che sembra riflettere la condizione esistenziale dei suoi abitanti: un luogo dove il boom economico lascia spazio a una profonda crisi di valori, e dove il sogno della gloria è destinato a infrangersi contro una realtà cruda e impietosa.
La regia di Sorrentino, già in questo film d’esordio, rivela un talento fuori dal comune. La narrazione, apparentemente lineare, si arricchisce di ellissi e simbolismi che conferiscono al film una dimensione onirica e surreale. La colonna sonora, curata da Pasquale Catalano, amplifica l’atmosfera malinconica e nostalgica, con brani che spaziano dalla musica leggera al kitsch degli anni ‘80. La pellicola culmina in un finale tragico, dove le vite dei due protagonisti si incrociano in un momento di disperazione e violenza. Eppure, nonostante la desolazione, L’uomo in più si chiude con una risata beffarda, un’eco di sfida che sembra suggerire che, anche nella sconfitta, c’è spazio per un ultimo atto di ribellione.

Il tema del “doppio”, caro alla tradizione letteraria e cinematografica, trova in L’uomo in più una rilettura originale e moderna. L’Antonio Pisapia calciatore è timido, malinconico e intrappolato nei suoi sogni di gloria. Dopo un infortunio che pone fine alla sua carriera, tenta inutilmente di riciclarsi come allenatore, cercando di costruire una strategia calcistica innovativa: la tattica dell’“uomo in più” che, però, non riesce a convincere nessuno; l’Antonio “Tony” Pisapia cantante, al contrario, è cinico, spavaldo e amorale, un uomo che ha fatto del successo effimero la sua unica ragione di vita. Eppure, dietro la facciata di arroganza, si nasconde un senso di colpa profondo, legato alla morte del fratello, un trauma che riaffiora nei suoi sogni e che lo perseguita come un’ombra.
Le vite dei due protagonisti si intrecciano in un gioco di specchi dove l’uno rappresenta ciò che l’altro non è, ma potrebbe diventare. Mentre il primo è un uomo idealista che non riesce ad adattarsi a un sistema corrotto e ipocrita, il secondo rappresenta l’opportunismo e il pragmatismo di chi è disposto a tutto pur di sopravvivere. Tuttavia, entrambi finiscono per essere “in più” in un mondo che non ha più bisogno di loro.
Sorrentino esplora con maestria il tema del declino, non solo come perdita di status sociale o professionale, ma come crisi esistenziale che mette in discussione l’identità stessa dei personaggi. Gli “Antonio” non sono semplicemente due uomini in crisi, bensì simboli di un’epoca e di una condizione umana universale: il calciatore, un tempo eroe delle folle, si ritrova emarginato e incapace di costruirsi una nuova vita; il cantante, dopo aver conosciuto il successo, cade vittima di uno scandalo che lo priva di ogni credibilità, riducendolo a una caricatura di sé stesso.
Nonostante le loro differenze, entrambi condividono un desiderio profondo di riscatto, che però si scontra con una realtà in cui i sogni non trovano spazio. Antonio tenta di reinventarsi come allenatore, ma il mondo del calcio lo respinge; Tony prova ad aprire un ristorante, ma il suo progetto fallisce prima ancora di decollare. In un universo dominato da opportunisti e parassiti, i due Pisapia sono destinati a soccombere, vittime di un sistema che premia solo i vincenti e punisce i perdenti, senza alcuna possibilità di “pareggio”.

Servillo e Renzi offrono due interpretazioni straordinarie, che riescono a dare profondità e complessità ai loro personaggi. Servillo, in particolare, brilla in un ruolo sopra le righe, trasformando gli eccessi e le contraddizioni di Tony in tratti di grande autenticità. Memorabile il suo lungo monologo televisivo, dove il personaggio, in preda alla rabbia e al disincanto, si lascia andare a una confessione che è, al tempo stesso, sia una denuncia che un grido di dolore. Renzi, al contrario, adotta un registro più sobrio e introspettivo, che sottolinea la fragilità e l’ingenuità del suo Antonio.
L’uomo in più non è solo un esordio promettente, ma una vera e propria dichiarazione di intenti, che anticipa molti dei temi e degli stilemi che caratterizzeranno la filmografia di Sorrentino. Con una regia raffinata e una sceneggiatura ricca di sfumature, il regista napoletano ci offre un’opera densa e affascinante, capace di esplorare con profondità le contraddizioni dell’animo umano.
Un film che attraverso il calcio e la musica leggera, due capisaldi alla base dell’erudizione italiana, affronta temi universali quali il fallimento, il desiderio di riscatto e la lotta per affermare la propria identità in un mondo ostile.
Un’opera che, a distanza di oltre vent’anni, continua a emozionare e a far riflettere, confermando Sorrentino come uno dei grandi maestri del cinema contemporaneo…quando non si perde estasiato nella sua immagine riflessa allo specchio.
Alessandrocon2esse























Lascia un commento