
Ogni regista, in particolar modo se anche sceneggiatore, ha uno script o un’idea chiusa dentro a un cassetto. La motivazione, a mio avviso, va ricercata in quella strana alchimia che deve crearsi tra autore e progetto perché quell’intenzione prenda vita concretamente. Tale momento alcune volte, per uno strano caso del destino, non arriva mai, in altre si impone prepotentemente con un’intensità addirittura superiore a quella conseguente alla sua genesi.
Gary Valentine (Cooper Hoffman), mentre è in fila per la consueta foto della scuola, incontra Alana Kane (Alana Haim) presente li in quanto assistente del fotografo. Nonostante la differenza di età, 15 anni lui e 25 Lei, i due vanno a cena insieme scoprendo di avere un’affinità molto forte.
A Paul Thomas Anderson è sempre piaciuto mostrare le cose da un’angolazione diversa, quasi a sottolineare l’assenza di unicità consequenziale riguardo a certe dinamiche. Tale prospettiva non poteva non essere presente anche in Licorice Pizza, sua ultima opera, che ha proprio come cuore pulsante una delle sensazioni più soggettive, uniche e, appunto, contraddittorie che l’uomo conosca: l’amore. L’approccio scelto dal regista è inconsueto, soprattutto per il periodo, un minorenne molto più giovane della ragazza, ed è servito soprattutto per esaltare il sentimento indicato collocandolo idealmente su un piano intimo, personale e per certi versi irrazionale. L’intento, perfettamente riuscito, infatti, era di spogliare l’amore di tutto le sue scorie per riportarlo alla sua genesi più pura fatta di sguardi affini e meravigliosamente intimi (e dolcemente maliziosi) e piccoli gesti quasi empirici. Tale dimensione, tra il poetico e il triste (la sensazione forte è che molto di questo negli anni si sia smarrito), è esaltata ancor di più dal contesto socio/culturale in cui la storia è collocata fatta di scelte estreme, colori sgargianti e situazioni mutevoli e apparentemente poco importanti. Proprie questa contrapposizione ha avuto il duplice risultato sia di far splendere ancora di più un’unione spiegabile solo con la magia che di mostrare la corsa all’oro e alle possibilità tipica degli anni settanta. In questo periodo infatti non esisteva tutta la burocrazia attuale, permettendo a chi avesse un po’ di iniziativa di esaltarsi (vedi Gary), e il cinema era ancora vista come una specie di terra speciale adatta (se non a certe condizioni) a una cerchia molto ristretta di persone.
Quello a cui aspirava Paul Thomas Anderson con questo film non era mostrare la classica costruzione di un amore ma far arrivare la sua intima essenzialità. Il rapporto tra Gary e Alana, infatti, di colloca su un piano quasi astrale nel quale il semplice esserci è ancora più importante del fare e dove gli istinti si disegnano per quello che per definizione non sono: appagamenti spirituali prima che fisici. Di certo siamo lontani dall’oblio esistenziale e logoro de Il Petroliere e The Master o dagli intrecci casuali o meno di Magnolia, ma la parte intimista del suo raccontare rimane. Anzi tale diversità proprio concettuale del film, il modo di girare tra primi piani fermi e la camera mobile su scene fisse è lo stesso, mostra ancora una volta la versatilità di Anderson, del come in ambiti diversi e per motivi diversi riesca comunque ad arrivare al cuore. Personalmente, ma questo fa parte della soggettività, non credo sia uno dei suoi migliori film, ma questo non esclude una valenza artistica e d’idea di base oggettivamente e inequivocabilmente buona.
Sorprendenti i due attori protagonista, alla loro prima esperienza dietro a una macchina da presa. Soprattutto Alana Haim trasmette continuamente il suo stato d’animo fatto di passione e continui controsensi. L’agire della sua Alana, infatti, si muove in quel terreno confuso tra l’emancipazione (intesa a 360 gradi) e la tenerezza del silenzio del cuore in maniera sempre assolutamente convincente.
Il titolo del film, come ormai si sa, si riferisce alla catena di negozi di dischi che in quel periodo era molto in voga. La scelta, all’inizio doveva chiamarsi Soggy Bottom (per i materassi ad acqua), dalla stessa bocca di Anderson, è dovuta sia per la rappresentazione sentimentale che nostalgicamente trasmettono quei luoghi, a lui per primo, che per la sonorità delle due parole che quasi fanno pensare istintivamente a qualcosa di giovane e per questo, almeno nell’idea generale, puro. Proprio quest’ultimo termine, nella sua accezione materiale e non puramente teorica, è il liet motive di Licorice Pizza, di come al netto delle varie opportunità, nulla sia completamente appagante nella vita senza quel qualcuno con il quale condividerlo. Sia Gary che Alana se ne rendono conto definitivamente, probabilmente, nel loro momento più alto, sia in termini di popolarità che di fruibilità futura e questo nonostante le implicazioni evidenti che la loro unione potrebbe causare. Il loro agognato bacio finale, il primo che si sono dati dopo tanto vagare, apre le porte, per chi lo guarda, a una sorta di ricordo (collegato anche a un possibile futuro però) collettivo (non per tutti), in primis nel regista, nel quale gli odori erano (e saranno) sempre più importanti dei colori e delle sue finte ombre. Il cuore infatti, ha una vista sempre migliore tendendo a regolarsi solo con l’andare dei suoi battiti che evidentemente, collegati alla vita stessa, non possono sbagliare e/o mentire. A prescindere da qualsiasi cosa.
Jonhdoe1978
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