
Con L’età dell’innocenza, Martin Scorsese compie un gesto che, a posteriori, appare tanto ardito quanto contraddittorio: mettere il proprio stile in sordina per adattarsi, quasi con deferenza, all’universo di Edith Wharton, vincitrice del Pulitzer e cantastorie della New York aristocratica di fine ‘800.
Tratto dall’omonimo romanzo del 1920, il film si presenta come un’opera sontuosa, impeccabile sul piano visivo, ma sorprendentemente priva di quella forza vitale che ha reso il regista newyorkese una delle voci più inconfondibili del cinema americano.
A un primo sguardo, L’età dell’innocenza è un esercizio di stile sofisticato e curatissimo.
Ogni fotogramma trasuda raffinatezza: i costumi sontuosi, la scenografia elegante e la fotografia firmata da Michael Ballhaus (tutta immersa in toni pastello e luci dorate) contribuiscono a costruire un microcosmo ovattato, chiuso, dove l’apparenza regna sovrana e la repressione dei sentimenti diventa norma sociale. Ma proprio questa meticolosità estetica, portata fino all’ossessione, finisce per soffocare le pulsioni sotterranee della storia.

Il protagonista è Newland Archer (Daniel Day-Lewis), giovane avvocato aristocratico promesso alla dolce ma conformista May Welland (Winona Ryder), il cui mondo viene sconvolto dall’arrivo della contessa Ellen Olenska (Michelle Pfeiffer), donna divorziata e dunque scandalosa per i canoni dell’élite newyorkese. Newland si innamora di Ellen, o meglio della libertà che lei incarna, ma l’ambiente ipocrita, codificato e manipolatorio in cui vive, lo costringerà infine alla rinuncia.
È una tragedia di sguardi, di silenzi, di passioni negate, ma nel film di Scorsese tutto ciò si traduce in una compostezza che, a tratti, rasenta la paralisi emotiva.
Scorsese, noto per la sua predilezione per i personaggi tormentati e per i conflitti esplosivi, qui si impone una disciplina formale che sembra neutralizzare ogni istinto. Il suo universo abituale fatto di esplosioni di violenza, moralità ambigua e slanci viscerali, viene anestetizzato in nome di una “rispettosa” adesione al materiale di partenza. In questo senso, il film è paradossale: più che un adattamento, sembra un tributo museale alla Wharton, in cui il regista si nasconde dietro la bellezza delle superfici.

Non che manchino i momenti riusciti. La voce fuori campo di Joanne Woodward, fedele al testo whartoniano, funge da guida all’interno di un mondo i cui codici sono più affilati di un pugnale; la scena in cui Newland e Ellen si sfiorano le mani senza toccarsi è un apice di tensione erotica repressa. Ma è troppo poco per dare profondità a una vicenda che, nella trasposizione filmica, perde gran parte della sua forza drammatica.
Daniel Day-Lewis, solitamente magnetico, qui appare contenuto fino all’evanescenza. Forse per scelta registica, forse per una scrittura che non gli permette sfoghi espressivi, il suo Newland sembra fluttuare tra le stanze come un fantasma già rassegnato. La Pfeiffer offre una prova elegante ma distante, priva di quella carica emotiva che avrebbe reso credibile la sua funzione di elemento perturbatore. Solo la Ryder, nel ruolo della (finta) ingenua May, riesce a regalare un’interpretazione davvero incisiva, tanto che il suo volto angelico diventa la maschera più inquietante dell’intero film: dietro la sua innocenza si nasconde un istinto di conservazione spietato. Non a caso, l’attrice statunitense riceverà una candidatura all’Oscar per questo ruolo, che si rivela centrale più di quanto appaia.

Il problema, però, non è tanto degli attori, quanto del tono generale dell’opera. Laddove la Wharton metteva in scena un affresco acido della società W.A.S.P. ((White Anglo-Saxon Protestant), Scorsese ne offre una versione levigata, quasi reverenziale, che finisce per depotenziare la carica eversiva del testo. Il rigore narrativo, che si vuole fedele, diventa gabbia; e la lentezza del ritmo, ben lungi dal rafforzare l’introspezione, appesantisce il coinvolgimento emotivo dello spettatore.
A tratti sembra di trovarsi di fronte a un film che ha paura di sporcarsi le mani. Lo scandalo, il desiderio, il tradimento: tutto è trattenuto, sfiorato, suggerito, ma mai realmente affrontato. Persino la musica di Elmer Bernstein, romantica ed evocativa, partecipa a questo processo di edulcorazione.
Attenzione però… il film non è mai brutto (anzi, è spesso esteticamente sublime), ma è sterile, come un’opera d’arte sotto vetro.
A livello tematico, L’età dell’innocenza avrebbe potuto essere una perfetta occasione per riflettere sulla violenza sociale non dichiarata, sulla repressione travestita da etichetta e sulla manipolazione silenziosa esercitata attraverso la morale. Ma Scorsese, che ha raccontato meglio di chiunque altro la brutalità delle convenzioni (anche quando mascherate da religione, famiglia o onore), qui sembra adottare uno sguardo troppo accomodante, come se non volesse disturbare il tessuto “raffinato” della narrazione.

La produzione è impeccabile, i costumi di Gabriella Pescucci vincono meritatamente l’Oscar, la scenografia è sontuosa, l’ambientazione storica accuratissima. Ma il film resta schiacciato da un’estetica che divora la sostanza. È come se Scorsese, incantato dal mondo che rappresenta, dimenticasse di interrogarlo davvero.
Non sorprende, allora, che L’età dell’innocenza sia stato, al tempo della sua uscita, più amato dalla critica europea che da quella statunitense, forse più disposta ad apprezzare l’operazione intellettuale che non la sua emotività latente. Il film ha comunque raccolto vari riconoscimenti, fra cui tre nomination agli Oscar e una vittoria per i costumi, ma resta uno degli episodi più divisivi della filmografia scorsesiana. (6)
L’età dell’innocenza è il prodotto di un autore che si confronta con un materiale che lo attrae, ma che non riesce a far proprio.
Un’opera raffinata e impeccabile ma che manca del respiro, della rabbia e dell’urgenza che hanno reso immortali altri film di Scorsese.
È cinema da ammirare, più che da vivere.
Un quadro dipinto con mano esperta, ma dietro il quale si fa fatica a scorgere il cuore pulsante dell’autore.
Alessandrocon2esse
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