
C’è qualcosa di profondamente rassicurante (e insieme programmaticamente innocuo) in Last Holiday, remake al femminile del film del 1950 diretto da Henry Cass, che nel 2006 Wayne Wang riconfigura attorno alla presenza ingombrante e carismatica di Queen Latifah.
L’operazione è chiara fin dall’inizio: costruire una favola contemporanea che, partendo da una diagnosi di morte imminente, celebri la vita con toni da cartolina patinata.
Il problema non è tanto l’idea (di per sé classica) quanto l’insistenza con cui il film la ribadisce, senza mai davvero metterla in discussione.
Georgia Byrd è una commessa timida di New Orleans, appassionata di cucina e segretamente innamorata del collega Sean Matthews (LL Cool J). Quando una diagnosi la condanna a poche settimane di vita, decide di liquidare i risparmi e concedersi un soggiorno di lusso al Grandhotel Pupp di Karlovy Vary, in Repubblica Ceca. Lì, tra terme, tavoli da roulette, parapendio e cene gourmet, Georgia si reinventa come donna senza più inibizioni, conquistando ospiti e personale, incluso lo chef Didier interpretato da un gigionesco Gérard Depardieu, e scontrandosi con il tycoon arrogante Matthew Kragen (Timothy Hutton) che incarna l’avidità e l’ipocrisia dell’alta finanza.

Il meccanismo è quello della commedia edificante: una falsa diagnosi come detonatore narrativo, un ambiente elitario che funge da campo di prova, una protagonista outsider che con spontaneità e autenticità mette a nudo le miserie dei potenti.
Wang dirige con mestiere, dimostrando di conoscere i tempi della commedia e di saper orchestrare gag e situazioni senza intoppi evidenti. Tuttavia, la messa in scena (elegante, ma laccata) rimane costantemente al servizio della star. La macchina da presa indugia sui primi piani della Latifah, ne amplifica le espressioni, ne asseconda l’energia, trasformando il film in una sorta di veicolo personalizzato.
Ed è proprio l’interpretazione dell’attrice a tenere insieme l’intero impianto. L’attrice statunitense alterna vulnerabilità e sfrontatezza con una presenza scenica che rende credibile anche il passaggio più artificioso. Quando Georgia entra nella cucina dell’hotel e sorprende lo chef con le sue competenze culinarie, il film trova uno dei suoi momenti migliori: lì la leggerezza si intreccia con un’autentica rivendicazione di talento e dignità. Non a caso il cibo diventa filo conduttore simbolico, espressione di desiderio, piacere e autoaffermazione.

Attorno a lei, però, i personaggi restano spesso abbozzati. Depardieu è ridotto a folklore gastronomico, Hutton a caricatura del capitalista senza scrupoli; persino il “romantic interest” interpretato da LL Cool J fatica a emanciparsi dal ruolo di premio finale.
Alcuni cambi di rotta psicologici risultano immotivati, e la componente melodrammatica (culminante in sequenze ad altissimo tasso di zucchero) sfiora più volte la retorica. La scena sul cornicione, pensata come apice emotivo, diventa emblema di un sentimentalismo che non conosce sfumature.

Visivamente, Karlovy Vary (deliziosa località termale dove ho vissuto sia memorabili momenti, che traumatiche disavventure della mia esistenza) e il Grandhotel Pupp offrono uno sfondo suggestivo: neve, terme, interni sontuosi costruiscono un paradiso artificiale dove tutto sembra possibile. Ma anche qui l’impressione è quella di un lusso da catalogo, più esibito che realmente vissuto. La colonna sonora “cool” e il ritmo talvolta moscio contribuiscono a un andamento privo di vere sorprese.
Last Holiday è una favola moderna che accumula buone intenzioni fino quasi a neutralizzarle.
Invita a non rimandare la felicità, a vivere senza paura, a non lasciarsi definire dagli altri. Messaggi condivisibili, certo, ma espressi con una tale insistenza da risultare programmatici. Il film scorre con moderazione, diverte a tratti, consola senza disturbare. Non procura danni, ma neppure lascia tracce profonde.
Resta l’impressione di un’operazione astuta e prevedibile, sostenuta da una protagonista in forma e da un impianto visivo accattivante, che però si accontenta di ribadire ciò che sappiamo già: che la vita va vissuta adesso.
Anche quando il cinema potrebbe permettersi di dirlo in modo meno ovvio.
Alessandrocon2esse
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