
Vanessa Kirby è una delle migliori attrici del momento, almeno per certi tipi di ruoli. Pochissime come lei sanno innescare e disinnescare i sentimenti soprattutto in ruoli che in cui la sottrazione prima e l’esplosione dopo la fanno da padrona. Se devo trovarle un difetto è che il suo raggio di azione non è ancora completo, mi piacerebbe vederla, ad esempio, in qualche ruolo più leggero, tra l’ironico e il comico tanto per intenderci.
Rimanendo all’attualità e confermando quanto appena detto la scelta come protagonista per il film in oggetto mai sarebbe potuta essere più corretta. La Kirby assorbe tutto il significato del titolo e del film e ce lo regala a dosi massicce riuscendo a rendendolo più inteso di quello che realmente è.
Per quanto possiamo cercare di evadere o ingannarci, alla fine arriviamo o meglio, torniamo sempre a essere quello che siamo. E’ inevitabile, esattamente come l’arrivo della notte. Il film gira tutto su questo ovviamente da un punto di vista morale/psicologico e con un taglio intimista/rassegnato quasi da noir sociale. Piano piano, infatti, si assapora un senso di inevitabilità come se la coscienza che ognuno di noi non può scacciare i propri demoni ma solo assecondarli e accettarli sia l’unica soluzione. Il gioco a chapano tra essere e provare è continuo e si scontra con tutta una serie di situazioni e personaggi appositamente a limite e utili a far scontrare la normalità all’eccezione. Il mondo della protagonista è infatti confuso e soprattutto segnato da un passato torbido dal quale cerca di evadere con il riscatto sociale che in mondo provvisorio sembra essere l’acquisto di una casa. Non importa quale e perché, basta che la si abbia. Su questo il film dedica molto, rendendola effettivamente una denuncia su un certo tipo di politica della casa. Emblematica una delle scene più belle del film: Lynette in macchina e sullo sfondo tre enormi palazzoni abbandonati. Il messaggio era chiaro: c’è gente che vive nelle strade e li decine di appartamenti che potrebbero ammorbidire il problema e nessuno che fa nulla.
Come detto le dinamiche con il quale il film snocciola il suo cuore sono abbastanza estreme e, facendo seguito a quanto detto all’inizio, non sempre convincenti. C’è una corsa all’eccezione che non sempre premia e che, come detto, solo la grande capacità della Kirby di modellare l’anima del momento riesce a evitare il deragliamento. E’ evidente che quello che questo racconto vuole fare è cercare la luce raschiando nel torbido più profondo, ma a tratti si rischia di uscire dal possibile creando un mondo troppo parallelo rispetto a quello reale. Ogni scena diventa sempre più spinta di quella precedente rendendo il viaggio (alla fine è un piccolo road movie) una sorta di discesa all’inferno con vista (immaginaria) verso il paradiso. Ma proprio questo scalino continuo molto volte è stato sull’orlo di appesantire troppo il processo se non altro perché creava distanza dalla normalità. Per la serie: so che esistono quelle dinamiche anche non vivendole, ma se esageri non riesco più a sentirle vicine e quindi coinvolgenti.
Qualche dubbio anche sulla la gestione della fine. Ecco questo forse è stato il momento in cui si sarebbe dovuto osare di più. Il processo di accettazione e catarsi va paradossalmente in controtendenza rispetto alla pesantezza del film e questo è evidentemente un piccolo errore. Estremizzazione era stata scelta e estremizzazione doveva essere sino all’ultimo secondo. Lo spazio della consapevolezza doveva attraversare un sistema più complicato di redenzione (o tentativo di esso) e non fondamentalmente ridursi a un dialogo finale neanche troppo “segnante”. La fortuna, dal mio punto di vista, è che è durato cosi poco questo momento conclusivo (non so se intenzionalmente) che non si è riusciti a smorzare completamente il processo intimista e delicatamente disincantato di cui si diceva poche righe fa e che alla fine è stata la forza e la salvezza del film.
Le valutazioni che ha avuto questo film non sono state estremamente positive e per certi versi, proprio per i motivi appena evidenziati, posso capirli anche se si scontrano parzialmente con la mia idea. Non credo che La notta arrivi sempre sia un prodotto indimenticabile, ma che abbia un’aura potente, si. Doveva essere un racconto intimista, solitario e per certi versi disincantato e intimista, solitario e disincantato è stato. L’angoscia è arrivata, magari non da perdere il fiato ma è arrivata. Ripeto gran merito è della Kirby e il suo essere una centrifuga di emozioni incredibile. Le sue espressioni in sottrazioni sono al momento quasi inarrivabili se non altro perché raccontano un mondo senza emettere una parola. Altro suo merito è di non aver mai esagerato con l’utilizzo della sua bellezza (in questo come in tutti i suoi altri progetti) rendendola cosi la base per lo sviluppo di un certo tipo di storia e non la sua essenza.
Jonhdoe1978























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