
Ho un grande rispetto per Academy of Motion Picture Arts and Sciences, la notte degli Oscar è uno di quegli appuntamenti che si aspettano, per gli amanti del settore, con trepidazione e curiosità.
Ciò non toglie che negli anni, sono stati insigniti di tale ambito premio, film o attori non sempre all’altezza o meglio inferiori rispetto ai diretti concorrenti della categoria.
Nel 2017 tale errore l’ho considero evidente e con pochissime attenuanti, se non politiche. Tra La La Land e Moonlight ci sono almeno tre categorie di differenza, per regia, storia, fotografia e interpretazione.
Mia Dolan (Emma Stone) è un’aspirante attrice che lavora presso il bar della Warner Bros. Sebastian Wilder (Ryan Gosling) è un pianista jazz con l’aspirazione di avere un locale tutto suo. I due nel tempo, in un modo o nell’altro, continuano a incontrarsi nei luoghi e nelle situazioni più diverse, in autostrada, in un locale, a una festa. In quest’ultima iniziano a parlare.
Vedendo Whiplash ho avuto la netta sensazione che il regista, quel Damien Chazelle, all’epoca per me sconosciuto, fosse davvero bravo, ma non credevo cosi bravo.
La La Land è un film girato sulle nuvole e per le nuvole, che riesce a mischiare sole e pioggia, luce e buio, carezze e pugni, voce e sguardi. E’ un film estremamente delicato e che trova tutta la sua forza nella malinconia, intesa nel suo senso più estremo, come qualcosa che sarebbe dovuto essere e non è stato. E’ l’incontro di due anime, due sogni, due mondi, due passi, due visioni, due colori, due modi di esprimersi cosi tanto diversi che sono riusciti a fondersi, ritrovandosi in una specie di zona franca personale, inaccessibile e invisibile al mondo. Una zona ritagliata e disegnata e che hanno ritrovato intatta nel tempo, nell’attimo stesso in cui per qualche minuto si sono rincontrati una davanti all’altra in quello splendido e poetico ultimo quarto d’ora del film, in cui ogni cosa sparisce e rimangono solo due luci accecanti in balia di ricordi che fluiscono come una tempesta sotto il sole di agosto. Una specie di universo parallelo in cui specchiarsi per ore, per poi ritrovarsi con una lacrima sospesa che non ha il coraggio di cadere.
Nel mezzo il sogno dentro al sogno ovvero la carriera, la realizzazione, l’ottenere quello per cui si è tanto combattuto e che nessuno intorno a loro ha mai considerato realizzabile, se non loro stessi. Il paradosso di La La Land è proprio questo, separarsi per la realizzazione di un percorso che se non si fossero conosciti non ci sarebbe stato. Mia non avrebbe mai fatto quel provino che l’avrebbe portata alla notorietà e Seb non avrebbe mai accettato quel tour pop che gli ha permesso di avere la possibilità economica di aprire il suo locale.
Sino a qualche anno fa non amavo particolarmente i musical, troppe canzoni all’interno di un film mi davano la sensazione di interrompere emozioni e ritmo. Con il tempo, invece, ho imparato a vederli sotto un’altra luce e oggi posso dire tranquillamente, che La La Land senza quelle splendide parti cantate e ballate non sarebbe lo stesso, perderebbe parte della sua magia.
Justin Hurwitz, stesso compositore di Whiplash, ci offre una colonna sonora impeccabile, che alterna in maniera fantastica sonorità e ritmi e che trova il suo splendido apice in “Epilogue”. Quest’ultima è come una soffice carezza malinconica sui nostri sogni, sui nostri pensieri, soprattutto quelli più intimi e nascosti. Ogni nota ha la sua importanza, la sua pienezza, il suo modo quasi unico di colpirti lasciandoti a tratti indifeso e vulnerabile. Non è un caso che sia la musica che accompagna sia il loro primo che l’ultimo incontro, in quel meccanismo di congiunzione tra solitudine e solitudine, benchè cosi diverse.
I due protagonisti, Emma Stone e Ryan Gosling, sono autori di una prova matura, particolareggiata e avvolgente. Hanno trovato un’alchimia che era quasi vitale per far esplodere il cuore di un film che basava tutto il suo colore nei loro sguardi. Sguardi intensi, a volte persi e a volte sognanti resi ancora più marcati dalle loro differenze, dal loro modo perfetto di sfumarne i contorni.
E non sono d’accordo con chi sostiene che il vero fulcro del film è Lei, anzi credo che la sua sontuosa performance sia dovuto dall’altrettanto strepitosa prova di Lui e che ha comportato quella perfetta sintonia di cui poco sopra.
Damien Chazelle ha diretto e scritto uno di quei film di cui non si può mai essere sazi, troverà sempre il modo di colpirti e a tratti, lasciarti inerme. E’ riuscito a raccontare molte sensazioni, la felicità, la gioia, l’attesa, le speranze, i sogni, le aspettative e soprattutto la malinconia. Una malinconia delicata che ha i tratti dell’ingiusto ben definiti e che fa scontrare la soddisfazione della realizzazione dell’ambizione con l’amore. Come se le due cose non fossero compatibile e uno sia costretto a scegliere. L’alternativa c’era e Chazelle ce la racconta tramite Seb, senza fargli dire un parola, mischiando la realtà con i sogni, in un crescendo di immagini di quello che sarebbe e forse, dovuto essere.
Ma la regalità di questo film sta nell’aver raccontano una storia unica, condita di carezze, di posti nascosti e di strade trasversali verso l’alto. Di un castello sospeso di cui sono state forgiate solo due chiavi, e che tali rimarranno, a prescindere da tutto.
Jonhdoe1978























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