
La magia del thriller sta tutta in due precisi momenti: la creazione del sospetto e il modo con cui questo viene definito. Di solito il primo si discosta dal secondo per spazio e tempo, intervallato da situazioni più o meno funzionali che dovrebbero avere lo scopo di dare una definizione univoca tra i due. Poi esiste la maestria e tutto si sviluppa in maniera lineare e consequenziale distribuendo le emozioni in maniera uniforme in ogni istante.
L. B. “Jeff” Jefferies (James Stewart) è un fotoreporter di successo che è costretto alla sedia a rotelle a causa di un incidente sul lavoro. Le sue giornate passano, quasi indifferenti, tra la fisioterapia con l’ormai amica Stella (Thelma Ritter) e l’osservazione disinteressata, vista la noia, di quello che fanno i vicini. Una notte, dopo la visita della ragazza Lisa (Grace Kelly), vede dei movimenti strani nel terzo piano davanti a se tanto da fargli pensare, visto i precedenti, che qualcosa di grave stia succedendo.
Quando nel 1954 Alfred Hitchcock decise di dirigere La finestra sul cortile, romanzo di Cornell Woolrich, l’opinione generale era di un azzardo, il voler forzare oltremodo la struttura ormai consolidata di raccontare un film. L’idea generale era, infatti, che certe vicende potevano avere spazio solo nelle pagine di un libro, tanto la chiusura ideologica/temporale che esse avevano. E invece, ancora una volta, il regista britannico, confermato da una sua famosa intervista interpellato sull’argomento da un altro genio chiamato François Truffaut, ha dimostrato che i limiti stanno solo nei pensieri e che ogni cosa, con i giusti adattamenti, può trovare la sua definizione sprigionando tutto il suo messaggio.
Una sola telecamera e un solo ambiente per raccontarci il sunto di ogni vita che va dall’amore alla solitudine, dalla possibilità alla mancanza, dalla costrizione all’abitudine e dal sogno alla speranza. Un mondo nel mondo, un piccolo spaccato in miniatura della società quale specchio di qualunque esistenza che in quelle dinamiche riesce a trovare tracce di se stessa. Un universo quasi immobile, almeno nella percezione, da considerare tanto vicino quanto lontano, come fosse una cartina di tornasole delle proprie inclinazioni e aspettative. Jeff si abbandona a queste vite quasi con superficialità convinto che sia un momento, un attimo di pausa da quella che considera la sua reale vita, a quel mondo che sente vicino per esistere e realizzarsi. Poi in un attimo tutto lo assorbe, trasformando la noia e la curiosità in qualcosa di completamente diverso che mischia la sua sete di avventura all’inclinazione naturale di scoprire e immortalare. Un sospetto diventa un’ossessione, un modo assurdo nel quale coinvolgere le persone a lui vicine, quasi fosse l’ennesimo scoop a cui era abituato. Indole e personalità si fondono come due elementi imprescindibili nei quali riscoprire e confermare una maniera innata di essere, una voglia, tanto fittizia quanto vera, di qualcosa di nuovo, di sensazioni di nuovo diverse e uniche.
Questa costruzione, figlia della sceneggiatura di John Michael Hayes, è per lunghi tratti geniale, il riuscire a mettere piccoli costanti mattoncini su una situazione avvolgente nonostante la sua aleatorietà. Tutto lo splendido castello creato, infatti, sta tutto nell’idea, nell’aver istillato nello spettatore un’immagine senza averla minimamente mai mostrata. Piccoli segni unici che diventano un’insieme piano piano nonostante, e qui sta la magia, un disegno generale che sembra definito sin dalle prime battute.
L’interpretazione di James Stewart è immortale, una sintesi assoluta di quella che è rappresentare intenzione e spirito. Un’anima trasformista che ci trasporta tra l’incubo, la speranza e la possibilità di cambiamento. Si poggia e si innalza, per modo di dire, sulle spalle di Grace Kelly e Thelma Ritter, confermando la sua capacità di andare oltre il semplice copione.
Alfred Hitchcock in questo film ha decorato d’oro il suo immenso talento. La sua grande maestria ha toccato qui uno dei suoi punti più alti, dimostrando come sia possibile far stringere lo stomaco senza bisogna di luoghi e tempi diversi. Due ore in una sola stanza dove riassumere praticamente, tutti i dubbi, le frustrazioni e le speranze di una vita e gli eccessi e le estremizzazioni di una scelta. Il timore e la realtà si fondono lentamente, come una costruzione improbabile che trova il suo compimento prima nel pensiero e poi nelle azioni. Puzzle scoloriti che trovano il loro colore comune man mano che passano i minuti e che smussano le proprie differenze in un modo tanto assurdo quanto consequenziale. Una storia schietta e umana, figlia allo stesso tempo della voglia di cambiare, trovare e fingere. Soprattutto quest’ultima, si mischia con la necessità di cercarsi, come se il delitto, la cattiveria e il sopruso, si compensino all’esigenza di cambiamento, a quello stadio tanto bello quanto sentimentale di cercare uno sfondo diverso per la propria vita.
Gli ultimi secondi del film ti trasportano in un livello superiore nel quale l’accettazione del possibile si uniscono al dolce della salvezza e dove un condominio riassume la storia di tutti sia nella disperazione che nel paradiso, inteso come convinzione di un’ennesima probabilità. Perchè alla fine la vera essenza delle cose importanti, purtroppo aggiungerei, esce allo scoperto quasi sempre quando si è spalle al muro evidenziando ancora una volta la natura contorta dell’animo umano che però, a conti fatti è sia il nostro limite che la nostra forza.
Jonhdoe1978
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