
L’ambizione è il sale della vita, la molla che ci porta a spingerci sempre un passo oltre cercando si soddisfare le nostre inclinazioni. Finchè questa ricerca rientra in un ambito ragionevole, la cui dimensione va a mio avviso valutato nell’ambito della non sopraffazione altrui, la si deve cavalcare e assecondare, quando però si va oltre diventa pericolosa e incontrollabile sfociando molte volte nella violenza e nella follia.
Stanton “Stan” Carlisle (Bradley Cooper) dopo aver riposto sotto al pavimento un cadavere, da fuoco a quella che sembra essere la sua casa. Fatto questo, con una borsa in mano tipica di chi sa che non sarebbe più tornato, sale su un autobus addormentandosi poco dopo. Al risveglio, al capolinea, si ritrova davanti a un luna park; incuriosito comincia un giro fin quando Clem (William Dafoe), padrone della baracca, gli offre prima una piccola paga per aiutarlo a smontare e poi di seguirlo come aiuto nella tappa successiva. Comincia cosi, anche grazie all’aiuto di Zeena (Tony Collette) e Pete (David Strathairn), la sua carriera di giostraio.
Per un regista il film successivo a uno pluripremiato è sempre pericoloso, le aspettative diventano altissime e quelli che normalmente sarebbero considerati peccati veniali potrebbero diventare vizi imperdonabili. Al contrario, invece, può capitare esattamente l’opposto: sapendo di chi si tratta l’accondiscendenza diventa esagerata trovando del bello anche nell’estremamente normale.
Questo tipo di deviazione mentale, peraltro inconscia e inevitabile, non ha mai risparmiato nessuno e di conseguenza neanche Guillermo del Toro e il suo nuovo film Nightmare Alley, di cui è ovviamente anche sceneggiatore, seppur non originale essendo l’adattamento dell’omonimo romanzo.
In questo caso il rischio è a mio avviso esattamente nel mezzo delle due ipotesi appena elencate con la possibilità, a seconda dei gusti personali e vista la natura stessa della storia, di trovare questo film o eccessivamente appagante o oltremisura deludente. Dal mio punto di vista ci troviamo di fronte a un prodotto sostanzialmente buono ma che manca, specialmente nella parte finale, dello spunto decisivo sia come conclusione in se che come specifica dei vari personaggi soprattutto in considerazione della circolarità narrativa ricercata. La chiusura del cerchio infatti, si sofferma solo sul suo protagonista lasciando, nonostante l’indubbio messaggio e su cui torneremo, la sensazione di non aver specificato il contesto complessivo rimasto cosi troppo aperto e sfuggente.
Detto questo il grande pregio di La fiera delle illusioni e di riuscire, anche grazie alla solita e meravigliosa atmosfera noir che Guillermo del Toro riesce a creare, a trasmetterti la precarietà della percezione, di come le debolezze e la speranza di espiazione di una mancanza o di una colpa diventino lo specchio di quello che si prova e si vede. E questo, e qui c’è un altro merito del film, mischiando e alternando in continuazione illusionista e illusionato come un circo a più entrate nel quale intruvolarsi senza volto e senza nome. Tutti i personaggi, infatti, forse ad eccezione di Molly (Rooney Mara) che trasmette una sorta di purezza e delicatezza poeticamente quasi fuori contesto, hanno la tendenza sia a mistificare se stesso che a far credere ai vari dirimpettai di turno qualcosa che non è prettamente come è. Tutti nascondono e tutti illudono quasi a simboleggiare come la natura dell’uomo in questo come in qualunque contesto, tranne alcune eccezioni (Molly nel film è questa eccezione), di avere sempre un doppio volto, uno per specchiarsi e uno da mostrare. Questo sorta di alterazione collettiva, il titolo è emblematico sotto questo aspetto, esalta ancora di più il messaggio, come accennato, complessivo del film che a mio avviso risiede nel pericolo dell’ambizione e dell’ingordigia e nell’impossibilità di scappare dalla propria natura se profondamente distorta. Stan mostra nell’ambito della storia tante diverse facce che però alla fine della fiera sfociano sempre nella violenza, fine ultimo per la risoluzione dei problemi che non riesce a risolvere diversamente. Il suo prendere, illudere e poi fuggire è un gioco dal quale non riesce a uscire e che, tranne nella parte finale, colpisce in modo molte volte negativo chiunque gli passi vicino. Questa suo cieco arrivismo lo portano, prima della distruzione e all’annientamento personale, sia a calpestare chiunque abbia provato a donargli qualcosa che a sottovalutare le stesse persone che vuole aggirare. Insomma una sorta di superbia incontrollata e animalesca. E proprio questa natura è la perfetta sintesi di quel senso circolare che porta protagonista e storia dalla morte fisica a quella morale con un svilimento di se stesso e del proprio ego (suicidio metaforico), a trovarsi in quello che per definizione sentiva più lontano a lui. Una sorta di legge inversa nella quale colpa e paura si uniscono senza distinzione e senza appello.
Del meraviglioso cast di questo film ho apprezzato la purezza di Rooney Mara, indispensabile per dare un barlume di delimitazione tra giusto e sbagliato alla vicenda, la forza misteriosa di Cate Blanchett, il senso tra il viscido e lo squallido, anch’esso necessario, di William Dafoe e soprattutto, la capacità trasformista di Bradley Cooper. Il suo personaggio, peraltro a mio avviso nelle sue corde, trasmette sin da subito un senso di inquietudine e di follia, perfetto per quello che poi sarà la sua evoluzione e la sua fine.
Guillermo del Toro è un maestro visivo. I suoi film sono sempre dei quadri dai tratti chiaroscuri di tensione e mistero che riescono quasi sempre a regalarti sia un brivido costante sulla schiena che un qualcosa sul quale riflettere (a volte a lungo) sui vari messaggi che vuole mandare. In Nightmare Alley alterna queste sensazioni con una conclusione come detto, che se da una parte esalta il concetto illusorio e pericoloso dell’ambizione estrema dall’altro lascia qualche interrogativo di troppo riguardo a tutti i personaggi coinvolti nella questione. Gli ultimi minuti infatti, coronati alla fine da un’ultima sequenza meravigliosa come contenuto e interpretazione, vengono leggermente macchiati dalla sensazione che qualche riga in più sarebbe dovuto essere scritta almeno per chiudere e definire il più volte ripetuto cerchio da tutti i punti di vista.
Jonhdoe1978
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