
Lo schema single, divertimento, colpo di fulmine, incomprensioni e vissero felici e contenti è uno dei più utilizzati nei film a tema commedia, americani soprattutto. Nonostante l’enorme proliferazione di tali produzioni, il genere non mai scricchiolato risultando sempre fra i favoriti del pubblico. Il motivo è molto semplice e riguarda la voglia della gente di avere un’evasione leggera e che lasci sempre traccia di una grande dose di speranza e possibilità. Per la serie: fatemi sognare con pochi pensieri.
La cosa più dolce… segue evidentemente lo schema appena esposto ma lo fa in modo inconsueto, facendo assomigliare tutta la vicenda a una sorta di macchietta estrema sull’amore, sull’amicizia e sul sesso. Se questo è assodato, differente è il modo con cui deve essere preso il film e che ne modifica completamente il significato e la portata di giudizio. Se lo si giudica, infatti, per la coralità narrativa non si può non essere d’accordo con l’Empire che l’ha inserito al 28 posto fra i 50 film peggiori di sempre, non c’è coinvolgimento o trasporto, neanche minimo. Ma se, invece, lo si analizza come singoli sketch con una piccola linea comune ecco che tutto cambia. Cerco di spiegarmi. La cosa più dolce…nel suo complesso è un’enorme, inutile e superficiale commedia sul fato e sul fatto che con la persona giusta tutte le nostre convinzioni possono cambiare. Ma se ti soffermi sulle singole scene non puoi non accorgerti che più di una risata te la sta rubando (e te l’ha rubata) e che alcuni momenti, circoscritti per carità, ti trasmettono una leggerezza e una positività comunque contagiosa. Il momento del musical “E’ grosso e non ci entra” o del piercing che si incastra, superato l’impatto di incredulità e di poca veridicità, risultano piacevoli seppur all’interno di un qualcosa su cui necessariamente hai smesso di dare importanza. Proprio questo switch, approcciarsi al film non più come spettacolo da capire ma come spettacolo estremo da far solo fluire, ti ammorbidisce i giudizi e di conseguenza l’usufruibilità generale di quello che è stato e di quello che ti aspetta. E’ ovvio che non tutti sono disposti a cambiare la prospettiva ma questo Roger Kumble lo sapeva a priori e molto probabilmente neanche gli importava.
La sua intenzione, sulla sceneggiatura di Nancy M. Pimental, non era evidentemente di rendere romantica una comune storia di conoscenza e possibilità, ma di esasperare un certo tipo di visione mischiando episodi reali e possibili ad altri che, diciamoci la verità, sembrano solo riempitivi (il sugo con i vermi che vola e che si schianta sul vetro ne è un esempio). E’ anche ovvio che il trash, non c’è dubbio che questo è stato il taglio scelto, necessita di iperbole vicine e di iperbole fantasiose e che l’approccio e il comun denominatore tra le due facce è quello che realmente ne determinata la riuscita.
Come specchietto sulle allodole si è utilizzata Cameron Diaz, all’apice della sua bellezza ed entrata nell’immaginario collettivo di molto del pubblico di genere, come protagonista. E’ abbastanza palese, infatti, nonostante la scelta di utilizzare attrici e attori avvenenti, che è lei che ha permesso al titolo di aver delle attenzioni in più e quindi di portare molte persone a sceglierlo come titolo. In pratica l’accoppiata Diaz/Commedia era sinonimo di successo e questo, parlando di soli incassi, lo è comunque stato.
La cosa più dolce… è un film di cui ti sei dimenticato precisamente dopo 30 secondi da quando è finito e che ti lascia veramente poco in termini emotivi se non la possibilità di poter commentare alcune scene con chi l’ha già visto. E’ abbastanza evidente, ed è poi la somma di quanto detto sinora, che il giudizio non può essere per nulla oggettivo e segue le inclinazioni, il momento e la predisposizione ad assecondare l’esasperazione. Di oggettivo c’è invece, l’evidente intenzione di trascurare molti passaggi riducendo tutto a un road movie troppo breve e troppo veloce per aver un senso complessivo completamente soddisfacente. Ti rimane qualche buona risata, oltre i due momenti detti segnalerei anche quando Jane (Selma Blair) porta la canottiera in tintoria, e questa in certi casi non è una cosa da sottovalutare o disdegnare e che evidentemente era l’aspirazione iniziale al di là del progetto generale senza eccessive pretese. E’ sempre meglio la consapevolezza di poter andare sopra le righe e non piacere che avere la presunzione di essere anticonformista e trasmettere per forza qualcosa.
Jonhdoe1978
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