
Se dovessi dare tre cartoline con i film romantici dei miei 20/30 anni un posto di diritto lo avrebbe La casa sul lago del tempo. Esso, infatti, incarnava (e incarna) tutto quello che ho sempre pensato sull’amore, sul tempo e sul fato.
Quello che Alejandro Agresti, regista, e David Auburn, sceneggiatore, hanno creato è qualcosa di intimo, conturbante e che ha la capacità innata di esaltare tutto il bene che vuole trasmettere facendo passare in secondo piano quelle che in teoria possano essere le superficialità e gli inciampi. Sostanzialmente l’aria che si respira minuto dopo minuto non solo armonizza ma cancella completamente le titubanze sulle coincidenze temporali che cosi diventano solo lo strumento per il messaggio.
Prima però di arrivare a questo vorrei fare una piccola divagazione. La prima volta che l’ho visto, ero al cinema, quello che mi aveva rapito era la magia, la semplicità nella complessità di fare una scelta, la comprensione che anni di attesa valgono sempre la pena di fronte a qualcosa di forte e irrinunciabile, la consapevolezza che accontentarsi è un’opzione debole per quanto a volte inevitabile. A breve distanza di tempo, appena possibile, l’ho rivisto in tv e le sensazioni sono state più o meno lo stesse, con l’aggiunta di qualche particolare sparso che aveva molto a che fare sempre più con il destino. Poi sono passati anni, diciamo una quindicina, e rivedendolo ho capito che forse c’è ancora di più di quello che ricordavo e che il fattore tempo si è raddoppiato. Accanto, infatti e arriviamo al messaggio, a quello sul senso astratto che esso, il tempo, ha quando c’è di mezzo l’amore ci si aggiunge quello sull’arte in generale e come in alcuni casi lo sfondo si trasforma ogni volta con quello che sentiamo più vicino. In pratica, ho capito che La casa sul lago del tempo è un’opera che nel suo piccolo (grande?) è immortale e che non sentirà mai i suoi anni. Il motivo è semplice: è pur vero che il modo di comunicazione, le lettere, è ormai qualcosa di “obsoleto” ma per come raccontato trasmette completamente tutto il suo significato e quindi anche la sua funzione. Quel viaggio continuo nell’intimità, nei sentimenti, nel cuore e nell’anima viene infatti percepito come qualcosa che unisce l’ipotetico al tangibile e la carta, anche per quel senso di magia che può avere, è il perfetto strumento per questo tipo unione. L’immagine che spesso ho avuto, e vale allora come ora, è quasi di un qualcosa che si smaterializzasse e ricomparisse in pochi secondi riducendo qualsiasi logica, esattamente come l’amore.
L’altro grande tema del film (e questo oggi pesa di più) è la dicotomia tra velocità delle cose e la necessità dell’attesa. La storia ci mette davanti al quesito se noi aspetteremo o no ma lo fa in modo anch’esso duplice. Perché se da un lato la risposta è quasi scontata, dall’altro nasconde una complessità maggiore e che si assapora, probabilmente, quando si raggiunge un’età più avanzata. Per come la vedo io la risposta non cambia anzi si arricchisce di significati e questo perché si aggiunge la ricerca della completezza al puro sentimentalismo di pancia.
Ruolo fondamentale della storia ha il destino e qui credo che i miei argini, sia all’epoca che ora, hanno smesso di fare domande azzerando, come detto, i piccoli dubbi sulle combinazioni temporali di cui ho detto all’inizio. Quello che fa unire Kate e Alex, infatti, è una serie infinita di incastri, un castello tirato su da una cascata perfetta e unica di mattoni. Ma se questo è innegabile La casa sul lago del tempo aggiunge un elemento in più e questo dal mio punto di vista ha fatto tutta la differenza del mondo: a volte il fato si può indirizzare. Per carità, è probabilmente un sogno, una fiaba, una meteora luminosa in mezzo a uno sciame di sassi, ma è proprio questo che lo fa distinguere e che la rende, storia e idea, qualcosa di intimamente bellissimo. E non è importante la percentuale di intervento in quella linea di casualità, è già il fatto di portelo fare (e il modo scelto dal film è di una delicatezza unica, cosa importantissima) che libera gli argini portandoci in una zona di soddisfazione euforica e felice.
Sandra Bullock e Keanu Reeves non fanno nulla di eccezionale, ma sono semplicemente meravigliosi. Lui ha da sempre quell’aura di sicurezza che ti fa fidare e questo fa in modo che ci credi che lui aspetterebbe e che non la tradirebbe mai e cosi tu non fai altro che specchiarti e crederci anche tu. La Bullock in quegli anni era una delle attrici della porta accanto (cosa che poi purtroppo perderà) e questo la rendeva possibile e nella percezione più bella di quella che era. Incarnava l’imperfezione nella bellezza e questo gli aveva consentito di attraversare ogni schermo e ogni immaginazione.
Non posso dire che in questo film erano all’apice ma di certo hanno creato una bolla incantevole nella quale era ed è davvero complicato non perdersi.
Credo che La casa sul lago del tempo sia uno di quei film di cui è difficile stancarsi. Periodicamente vederlo può essere un porto sicuro, un modo per ricordarsi di cosa abbiamo veramente bisogno e di come sogno e realtà non sono sempre cosi distanti. La magia che si crea, al di la del mezzo, è veramente tangibile e questo credo che sia il suo più grande merito e il motivo per cui riesce a fare breccia nel nostro io e nella nostra intimità. La scena finale è deliziosa nella sua semplicità e segue proprio questo discorso di “popolarità” che tutto il film ha cercato dall’inizio. Poi è inevitabile che all’interno di questo macro cosmo di affinità entrano in ballo le proprie idee e la propria sensibilità…ma questo è un altro discorso, un altro pensiero e un altro filo da tenere in mano, magari in silenzio..
Jonhdoe1978
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