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Kill Bill: Volume 1 (2003) di Alessandrocon2esse

⭐30 Giugno 2022 ⭐ Contrassegnato con: Kill Bill: Volume 1, Recensione Kill Bill: Volume 1

Kill Bill Volume1 Interna

Kill Bill è un film epocale. Probabilmente tra i più importanti del nuovo millennio.

Riuscire ad ottenere due film di tale livello, per un totale di oltre 4 ore di durata, da un soggetto che occuperebbe sì e no mezza pagina di un taccuino, era un’impresa che giusto quel geniaccio di Quentin Tarantino poteva portare a termine.

Non mi interessa personalmente sapere se la decisione di suddividere la pellicola in due parti (Volume 1 e Volume 2), sia un’imposizione di Harvey Weinstein e della Miramax Films o una scelta commerciale decisa a tavolino con il regista (che con il finale aperto del primo capitolo ha comunque superato egregiamente l’ostacolo), ma mi risulta oltremodo complesso tirare giù due recensioni e considerare i due film separatamente, soprattutto dopo anni dalla loro uscita e con il quadro “totale” già presente.

Comunque poche scuse…oggi si parla di Kill Bill: Volume 1.

Ci mette sei anni Tarantino a riprendersi dall’inspiegabile flop ai botteghini di Jackie Brown, portando finalmente sul grande schermo un’idea nata ed anticipata durante le riprese di Pulp Fiction. Un revenge movie che ruota intorno alla vendetta di una donna, ex membro di un gruppo di letali assassine che, svegliatasi dopo quattro anni di coma, dà il via ad un regolamento di conti privato contro le sue ex compagne di team ed il suo boss che sull’altare le ha ucciso il futuro marito, la bambina che portava in grembo e le ha piantato in testa la pallottola che l’ha ridotta in coma.

La storia di vendetta in Kill Bill: Volume 1 è solo un banale pretesto per un sublime esercizio di stile che trabocca di feticci tarantiniani e ripropone la suddivisione in capitoli e lo sballottamento temporale tra passato e presente che aveva fatto la fortuna dei suoi precedenti film. A guardarlo esclusivamente dal lato registico e visivo, è da considerarsi di gran lunga il miglior film tra quelli girati dal regista di Knoxville e, per quanto mi riguarda, parliamo di uno che ha prodotto esclusivamente capolavori (salvo una due eccezioni).

Una “montagna russa sensoriale” che mira a sbalordire lo spettatore, invadendo lo schermo di centinaia di migliaia di dettagli che conquistano sguardo ed udito, tra fiumi di sangue ed attimi di strepitoso black humor.

Capace come pochissimi di passare da un genere all’altro, dal drammatico al comico e dal surreale al cinico, mescolandoli fra di loro e rendendoli sorprendentemente complementari, anziché contradditori. Tarantino è stato l’unico tra i registi della sua generazione a riuscire a rimescolare le carte in tavola dell’arte cinematografica. Senza che mi si additi di blasfemia, mi sento di accostarlo a tratti a Stanley Kubrick perché, proprio come per le pellicole di uno dei più grandi registi di tutti i tempi, anche le sue hanno quel fascino incomprensibile che permea ogni singola inquadratura ed ogni singola battuta. Il cinema di Tarantino è un po’ come alcuni di quei piatti preparati da grandi chef, in cui si accostano ingredienti apparentemente incompatibili tra loro, ma che poi risultano sposarsi magistralmente e dar vita a nuovi piacevoli gusti.

L’infinita cultura cinematografica del regista, la sua illimitata creatività e la sua tecnica gli hanno permesso, come detto all’inizio della recensione, di compiere un’operazione di estrema difficoltà: quella di realizzare una pellicola che conosce talmente bene le regole dei generi cui si ispira, da farle proprie, forzarle e modificarle, senza mai e poi mai romperle.

Kill Bill Vol. 1 è un film ipnotico ed appassionante che stupisce ad ogni sequenza e che lascia segni profondi in chi lo guarda, sia nella retina che nel cuore. Un film che può essere apprezzato al 100% anche da chi non possiede quel background cinematografico a cui il regista si è ispirato, per via della sua forza emotiva.

Tutto in Kill Bill: Volume 1 è esasperato, ma magnificamente equilibrato e completo: dalla prima terribile e cruda scena, fino alle sequenze di lotta fuori misura con arti marziali ed incroci di spada, passando per i dialoghi che qui, come in Pulp Fiction, a volte sembrano manifestamente logorroici, per poi risultare di una logica ed eleganza formale disarmanti.

Si possono contare almeno cinque tendenze del cinema che Tarantino fonde in un tutt’uno e porta a dei livelli artistici inimmaginabili: il B/N alternato al colore, il cinema orientale, quello hollywoodiano sulle arti marziali ultra-coreografate e, non ultimo per importanza, quel postmodernismo cinematografico con cui il regista sembra porsi come una specie di manovratore esterno, provando a spingere il discorso il più lontano possibile, quasi come un gioco sadico per vedere fino a che punto è possibile spingersi.

Ma il brillante momento di Tarantino è palesemente dimostrato dall’attenzione che il regista/spettatore mostra verso le tendenze più recenti, come quella dell’animazione. I venti minuti in stile “Anime” firmati da I.G. Production e diretti da Mahiro Maeda, narranti la tragica infanzia di una delle future vittime della protagonista, nella fattispecie l’ex killer conosciuto con il nome di Mocassino Acquatico ed ora capo della Yakuza O-Ren Ishii (Lucy Liu), rappresentano una rara gemma di intensità emotiva e spessore drammaturgico, oltre ad essere un vero film nel film.

Buona parte della critica, la stessa che ha definito il film “Anticristiano” a causa dell’assenza di inclinazione al perdono della protagonista, ha fortemente criticato le scelte stilistiche delle scene girate in B/N ed in stile Manga, accusando Tarantino di voler stordire visivamente il pubblico e distrarlo dalla povertà della sceneggiatura. Benché sia a conoscenza che il cinema tarantiniano non conosca mezze misure: o lo ami o lo odi, non penso che chi abbia potuto sollevare tali critiche sia semplicemente schierato nella seconda categoria, ma piuttosto, senza troppi giri di parole, del tutto incompetente. Gli stili utilizzati hanno il nobile intento di “ammortizzare” la violenza dei due passaggi narrativi che raccontano (tra i più violenti di tutto il film), sottolineando l’astrattismo del film e, mostrando al contempo che il concetto di “Bagno di sangue” è cruento in sé, non è quindi necessario che il sangue sia raffigurato nella maniera più credibile possibile. Anche in B/N o disegnato, ha sempre lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. Come a dire, non conta la materia, ma come la si modella. Forse è per questo che solo una parte della Bibbia ha raggiunto il grande schermo.

Grande differenza, rispetto alle passate produzioni, si nota nella gestione degli attori. Le precedenti opere erano quadri corali in cui anche i personaggi destinati ad apparire per pochi secondi, non sfuggivano ad un lavoro di caratterizzazione maniacale, rendendo difficile trovare un personaggio spiccatamente preponderante rispetto agli altri. Kill Bill: Volume 1 deve buona parte del suo successo ad Uma Thurman e alla sua straordinaria interpretazione de La Sposa (forse la sua migliore performance di sempre). Splendida e affascinante, è in ogni inquadratura ed in ogni scena, occupando da sola l’intero schermo e la storia, riuscendo a tradurre perfettamente l’arte di Tarantino sullo schermo.

Notevole, per il ruolo che le è stato cucito su misura (e per una personale perversione riguardo le divise scolastiche giapponesi), è la giovane Chiaki Kuriyama che interpreta Gogo Yubari, l’assistente personale e guardia del corpo di O’Ren Ishii.

Con il suo quarto film Tarantino si conferma quindi, non solo un grande regista, ma soprattutto uno dei pochi in grado di padroneggiare la natura intima del cinema “di genere” e delle sue regole, della sua iconografia e dei suoi fondamentali. Si conferma, ancora una volta, un grande accumulatore di cinema e di competenza cinematografica: un’enciclopedia che odia i sofismi e che ama i cosiddetti Trash, generi che adora masticare e rigettare, per restituirli allo spettatore sotto una forma nuova e rielaborata.

Attenzione a non considerare Kill Bill: Volume 1 l’icona del cinema citazionistico, perché il cinema di Tarantino non è tutto richiami ed omaggi, ma è “Classico” nel senso più pieno del termine: per il senso dell’inquadratura, dei tagli di luce, per l’uso insistito del primo piano, per i ritmi narrativi cadenzati e serrati, ma mai precipitosi, per le pause cariche di tensione che precedono le scene d’azione. E nonostante spesso la struttura non segua la normale cronologia degli eventi, ma muovendosi in base ad una successione di sensazioni ed emozioni, tutto è calcolato chirurgicamente nei minimi particolari. Un esempio, giusto per dimostrare la maniacalità del regista, è la durata (tutt’altro che casuale) dello scontro tra La Sposa ed O-Ren. La furia omicida si placa in 4 minuti e 55 secondi, in piena linea con l’avvertimento che la temibile avversaria aveva lanciato alla protagonista prima di incrociare le spade, stanca dopo aver eliminato tutta da sola Gogo, Johnny Mo (Gordon Liu) e gli 88 Folli: “Hai risparmiato le forze, spero. Altrimenti, non durerai neanche cinque minuti“.

La Sposa sarebbe riuscita a durare più di 5 minuti? Un mistero che rimarrà irrisolto, a differenza di quello lasciato nel finale dalla voce dello stesso Bill (David Carradine) che, come nei migliori romanzi popolari ottocenteschi o nelle più moderne Serie TV, ci lascia un fondamentale elemento per rendere devastante l’attesa che ci separa dal capitolo successivo…ossia che la figlia de La Sposa è viva. Ma di questo ce ne occuperemo nella recensione di Kill Bill: Volume 2.

Alessandrocon2esse

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Kill Bill: Volume 1

Kill Bill: Volume 1
9

Valutazione Complessiva

9.0/10

SCHEDA

  • Regia: Quentin Tarantino
  • Anno: 2003
  • Durata: 111'
  • Genere: Azione/Grottesco/Thriller

Interazioni del lettore

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