
“Dicitece Zumpaperete”…“Statt zitt Cartunaro”…“Sono Aiello Raffaele e mettiteme presente”…“E poi dicono che al Sud non si lavora, ma qui c’è un’ attività frenetica”…”Je me fumasse pure ‘e serpient me fumasse”…“All’ anema ‘e chi t’ è muorto, mammeta e patet c’o culo stuorto, soreta c’a zizza morta. ‘E muorte mije so’ marenare e a fessa ‘e mammeta ‘nmiez ‘o mare, ‘e muorte mije so’ carabinier e a fessa ‘e mammeta int’ o bicchiere”.
Queste ed altre decine di espressioni, colorite e non, hanno segnato ed accompagnato (ed ancora accompagnano) la vita di chi, come il sottoscritto, ha vissuto infanzia ed adolescenza in quel di Napoli durante gli anni ’90.
Ma si sa che la fanciullezza è stagione precoce e che è destinata (purtroppo troppo presto) a fare i conti con l’ età delle delusioni e così, mentre noi venivamo piacevolmente avviluppati dal “fenomeno” Io speriamo che me la cavo, più di una adulta bocca si storceva davanti a quello che, in maniera troppo sbrigativa e pregiudiziosa, era l’ ennesimo film sui pochi pregi e tanti difetti di Napoli, dopo quelli girati nel decennio precedente.
A poco meno di trent’ anni di distanza dall’ uscita nelle sale della pellicola ed un pizzico di maturità in più acquisita, posso affermare con certezza che il film diretto da Lina Wertmüller non appartiene a quella categoria ed anzi, esaspera sì secolari e drammatici problemi che la città si porta sulle spalle, ma ha come obiettivo principale un encomio all’ innata capacità degli stessi napoletani di sdrammatizzare e ridimensionare anche le situazioni più dolorose.
Le perplessità e le accuse di “Vilipendio all’ immagine” avanzate all’ uscita del film, arrivarono quasi certamente dagli stessi che, in precedenza, fecero medesima (folle) cosa con i conterranei Luciano De Crescenzo e Massimo Trosi…praticamente impossibile lasciarsi scappare l’ occasione di sentirsi massimi portatori di conoscenza con la “romana” Wertmüller.
Mai scelta fu più sbagliata, perché Io speriamo che me cavo, nonostante la fragile trama, può tranquillamente collocarsi tra i migliori film della creativa ed eccentrica regista.
Tratta infatti dall’ omonimo libro campione di incassi di Marcello D’ Orta, maestro che raccolse sessanta temi svolti da alunni di una scuola elementare della città di Arzano (NA), la pellicola sviluppa le sue vicende intorno al personaggio del maestro Marco Tullio Sperelli, un maestro ligure di Corsano che per un errore di trascrizione, viene spedito in una scuola a Corzano nell’ hinterland napoletano. Il personaggio di Sperelli, magistralmente interpretato da Paolo Villaggio e l’ espediente dello scambio fra provincie (rigorosamente inventate) sono la vera e propria impresa compiuta dalla Wertmüller, trovatasi a dover costruire da zero una narrazione che contenesse i pensieri di vario tema raccolti da D’ Orta e che avesse anche un senso.
Il lavoro di scrittura che ne viene fuori è equilibrato e più che apprezzabile, Io speriamo che me la cavo sa essere impegnato e leggero nelle giuste dosi, strizzando sapientemente l’ occhio e lasciando piacevolmente il giusto spazio, al lato più divertente dei temi dei bambini che raccontano con umorismo, innocenza ed una sfilza infinita di strafalcioni grammaticali, fenomeni quotidiani che li coinvolgono a loro insaputa e che, in un utopico mondo ideale, dovrebbero risultare invisibili ALMENO agli occhi di un bambino.
Ed invece, oltre al già citato Villaggio che mostra tutta la sua straordinaria capacità artistica uscendo totalmente dalle “Fantozziane” vesti che lo hanno accompagnato per gran parte della carriera e ad altri bravissimi interpreti come la Direttrice Isa Danieli, il Bidello Gigio Morra ed il Cartonaio Sergio Solli, sono proprio loro la colonna portante del film e del lavoro della regista: i bambini. Quei giovanissimi protagonisti che interpretano gli “Sgarrupati” alunni del maestro Sperelli.
Nel selvaggio mucchio spiccano il furbissimo e scaltro Vincenzino (Adriano Pantaleo), il simpatico e sempre affamato Nicola (Mario Bianco), la loquace ed invaghita Rosinella (Maria Esposito), l’ instancabile lavoratrice Tommasina (Carmela Pecoraro), l’ irrequieto e sboccatissimo Totò (Luigi Lastorina) ed il ribelle Raffaele (Ciro Esposito)
Resta quindi difficile per me, aldilà del valore simbolico che ho attribuito al film, dare peso alle critiche rivolte all’ ottimo lavoro della Wertmüller, soprattutto oggi a distanza di anni che, per una struttura narrativa praticamente identica, ci si è spinti oltralpe ad acquistare dai cugini francesi sceneggiature come Giù al Nord, per poi ingaggiare un ricchissimo Cast e farne due remake di successo al botteghino. Quando poi lo stesso Dany Boon, autore, regista e protagonista del film francese ha dichiarato che “l’ idea” gli è venuta dopo aver visto le famose scene della trasferta a Milano in Totò, Peppino e la…malafemmina.
Io speriamo che me la cavo è la vittoria di una squadra giovanile di provincia, contro una qualsiasi blasonata squadrona di Serie A e, perdonate il paragone calcistico, considerato che non risulta mai facile far recitare i bambini in maniera naturale ed evitare che si comportino in modo artefatto e pieno di vezzi, la spontaneità espressa dai quattordici “scugnizzi” selezionati fra i mille che si presentarono ai Casting, lascia davvero impressionati. La genuinità e la faccia tosta con la quale si muovono davanti l’ obiettivo, riesce a coinvolgere e commuovere lo spettatore che, seppur spesso avvolta nei più comuni cliché di moltissime realtà del mezzogiorno italiano, si appassiona alla loro realtà ed arriva ad immaginare per loro un riscatto sociale o, quantomeno, a “sperare che se la cavino”.
Alessandrocon2esse
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