
Una delle sensazioni imprescindibili, nello sport, cosi come, d’altronde, in ogni situazione della vita, è la convinzione, intesa come la consapevolezza dei propri mezzi e piena coscienza di quello che si è in grado di fare. Senza di essa, anche il più grande talento, rimane ai margini, sopravanzato e scalzato da chi, invece, riesce a scommettere sempre su se stesso, a prescindere dalla posta.
Francesco Piccioli (Francesco Nuti), detto Toscano, è un giovane e promettente giocatore di biliardo che lavora, per sopravvivere, come impiegato d’albergo. Convinto del suo talento, si presenta nel circolo di Marcello Lotti, detto Lo Scuro, pluricampione nazionale, per sfidarlo in una partita secca a 400. Uscito vincitore, mentre fa ritorno, incontra Chiara (Giuliana De Sio) giovane sassofonista che senza saperlo, vive nel suo stesso palazzo. La sera successiva si ripresenta al circolo al fine solo di allenarsi ma messo in mezzo, da la rivincita allo Scuro (stavolta con scommessa di denaro) uscendone nettamente sconfitto.
Francesco Nuti è un grande appassionato di biliardo oltre che un ottimo giocatore, e quindi non sorprende che nello scrivere soggetto e sceneggiatura di questo film, il secondo insieme a Maurizio Ponzi dopo Madonna che silenzio c’è stasera, si sia basato su tale sport per raccontare la storia che l’ha lanciato definitivamente, nei piani alti del cinema italiano.
Il tema scelto, infatti, necessitava di un protagonista completamente a suoi agio sul tavolo verde esattamente come il suo antagonista. In tal senso perfetta la scelta, nonostante la chiara inesperienza davanti a una cinepresa, di Marcello Lotti, pluripremiato giocatore e vincitore di molte gare, nazionali e internazionali.
I due sono riusciti a trovare una buona sintonia generale che ha fatto emergere le nette differenze di atteggiamento e predisposizione al gioco, in quel contrasto di stili, l’espansivo e il taciturno, che a qualsiasi livello, ha sempre attirato e funzionato.
Detto questo, ritengo Io, Chiara e lo Scuro un film ben pensato con un finale intenso e preciso, ma con uno svolgimento che a volte, si è fermato troppo sulla superficie non andando in profondità come avrebbe dovuto. Gli stessi due principali temi (nonostante ce ne siano molti altri) la solitudine diradata dall’amore e l’aspirazione dentro una passione, hanno un andamento altalenante, che lascia in alcuni casi un senso di incompletezza, come quando in un abbraccio le due mani non riescono a ricongiungersi. La nascita e lo sviluppo della storia d’amore tra Francesco e Chiara è sicuramente intrigante, il condividere il proprio essere attraverso quello che ti fa stare bene e sentire, nel mentre, liberi. Di loro si incontrano, infatti, prima le passioni e le sensazioni e poi le loro anime come estensione delle prime. Il problema, però, non è tanto di concetto, appunto bellissimo e chiarissimo, ma la sua manifestazione visiva, di come questa meravigliosa nascita e crescita del sentimento è stata mostrata. Si perdono dei punti, si passa troppo velocemente dalla conoscenza al non posso vivere senza di te e sono pronto/pronta a tutto/a, è come se mancasse un passaggio, l’anello che lega il ciao alla buonanotte.
Gestita con maggiore intensità e consequenzialità, nonostante legato a doppio filo al primo tema, il rapporto di Francesco con il biliardo e la chiara metafora della vita che esso vuole rappresentare. Tutto il film, infatti, è una specie di rincorsa, un cercare continuamente di arrivare a un traguardo che ci ha abbandonato e che continua ad allontanarsi ogni giorno di più. Si arranca di fronte alle complessità, evidenziate dal passaggio dal puro gioco al professionismo, come quando la naturale spontaneità si scontra con la programmatica tattica. Cambiano le prospettive, l’attenzione e soprattutto, la gestione delle emozioni, il cominciare a fare retro pensieri dietro ogni singolo colpo e alle conseguenze personali e economiche che possono derivare da un’errata esecuzione. La preoccupazione prende il posto della spensieratezza e tutta la magia del gioco che ti scorreva nelle vene si solidifica nel terrore di perdere ancora.
Francesco Nuti è completamente a suo agio, il ruolo gli calza a pennello e ogni volta che prende la stecca in mano gli occhi gli si illuminano, insieme alla consapevolezza che in un colpo solo, sta unendo le sue due grandi passioni, cinema e biliardo. Giuliana De Sio è sicuramente brava ma, a mio avviso, non indimenticabile, mancando, soprattutto nella seconda parte, del giusto compromesso tra amore, delusione e compromesso. E’ da notare il continuum del gruppo di attori che Nuti ha portato con se in tanti dei suoi film, fra tutti Novello Novelli, praticamente un secondo padre.
Io, Chiara e lo Scuro segue un percorso ben preciso raccontandoci quel passaggio che porta un uomo dal nulla e all’anonimato alla consapevolezza e alla realizzazione. Molte volte ci copriamo di una coperta di ferro con la quale non riusciamo, ovviamente, a muoverci bene, nella perenne convinzione che ci sia sempre, qualcuno migliore di noi. Poi però, capita, di liberarsi di questo fardello e tutto diventa più leggero, le rughe lasciano spazio al sorriso e un attimo diventa infinitamente soffice sia da vivere che da raccontare. E il “Toscano” alla fine raggiunge questa specie di Eden emotivo, dove si smaterializzano le paure, lasciando scivolare sola la linfa bella di quello che si sta facendo, e dove il talento trova il suo massimo splendore. Il monologo finale racchiude questo nuovo se stesso, con la genialata di non inquadrare mai Lo Scuro, tramutato in un attimo da dittatore visibile a comparsa invisibile, con luce e riflettori per chi ora non ha più timore di chiedere: Se ne fa un’altra Scuro??
Jonhdoe1978
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