
Nel momento in cui le luci della sala si sono accese (dopo la dimenticabile scena post credit) sono stato invaso da molte sensazioni contrastanti e questo, per come vivo io i film e le storie in generale, voleva dire solo una cosa: Inside out 2 aveva colpito nel segno. La cosa che però, mi ha sorpreso è il fatto che tale turbine emotivo mi aveva raggiunto nonostante l’indubbia considerazione che l’effetto novità/effetto non era (ed era prevedibile) lo stesso di nove anni fa e che l’aggiunta di nuove emozioni fosse narrativamente sbagliato. E’ giusto che spieghi quest’ultima considerazione. Nel primo film, oltre che all’interno di Riley, abbiamo visto le emozioni dentro i genitori e se la discriminate per la comparsa delle altre (emozioni) era ed è la pubertà come ci dice questo secondo capitolo, allora dovevano essere già presenti negli adulti anche allora. E’ ovvio che tale scelta è stata fatta per sparigliare la trama cercando di alzare l’asticella e non cadere nel ripetitivo, ma il rischio era grande. E invece, direi meravigliosamente, Meg LeFauve, autrice della sceneggiatura, sua anche quella del primo, azzera completamente questo pericolo trasportandoci, forse anche più del primo film, all’interno delle complessità dell’uomo in generale e della crescita in particolare. Senza girarci tanto intorno, la scena dell’attacco di panico è un momento di cinema assoluto e questo perché riesce come nessun altro ha mai fatto e come probabilmente nessun altro mai farà, a rappresentare visivamente il guato nucleare interno che in quei momenti si crea dentro di noi. Mostrare che in quei frangenti la stessa ansia perde se stessa incartandosi nella sua stessa paura, non solo è geniale, ma probabilmente la cosa più vicina alla realtà che abbia mai visto o letto.
Ovviamente, non è che tale scena è arrivata all’improvviso, ha evidentemente seguito un percorso altrettanto studiato e assolutamente coerente. E’ indubbio, infatti, e vale per la pubertà come per altri passaggi della vita, che quando qualche sensazione nuova ci arriva ci mettiamo un po’ a darle posto nella nostro io. Proprio la ricerca di questo nuovo equilibrio, in Inside Out 2 è mostrata altrettanto meravigliosamente e cosi vicino all’onirico e al poetico che si fa fatica a non cedere alla vulnerabilità e all’introspezione. La complessità che si è raggiunta nel raccontare quello che potremmo avere dentro (il condizionale è d’obbligo) è strabiliante e lo è perché è facilmente comprensibile. Sintetizzando, hanno reso alla portata di tutti le diverse sfaccettature dell’anima dell’uomo.
E il fatto che il momento raccontato sia quello della pubertà non ha limitato il contesto di immedesimazione tanto è stata la trasposizione generale di quello che è o potrebbe essere il nostro equilibrio emozionale. A differenza di molte altre volte, infatti, non serve uno sforzo interpretativo per rendere tuo tutto il discorso, gli aggiustamenti ti vengono naturali e immediati e i battiti dello stomaco, con tanto di piccoli crampi, arrivano senza possibilità di difesa e/o controllo.
Anche la fine, come d’altronde è successo per il primo film, non ti trasmette il solito felice e contenti, ma ti dona una sorta di pace morale/interpretativa legata al fatto che essa deriva dal ritrovato equilibrio interno e questo, come assimilazione, diventa la giusta evoluzione di tutta l’idea del progetto.
Prima ho nominato Meg LeFauve e credo sia indispensabile dedicarle qualche riga. Pur non essendo la madre putativa del progetto è stata comunque una delle sceneggiatrici in Inside Out e la sceneggiatrice unica di Inside Out 2 e questa la porta ad essere uno dei mattoni portati di tutta questa produzione. Vedendo le altre cose che ha scritto, è indubbio, ed è un eufemismo, che questo al momento, ma credo in generale, è il suo capolavoro. Ogni dialogo non da mai l’impressione di essere il classico ponte e ogni frase ha il sapore dolce della possibilità e della realtà senza sospensione o semplificazioni inutili. Certo, trattasi sempre di scrittura mista, doveva e deve essere adatta sia per i bambini che gli adulti, ma la sensazione di delicatezza, accuratezza, sensibilità e rispetto è palese dall’inizio alla fine e il film, evidentemente, ne giova enormemente.
L’ultima parte credo e penso che vada dedicata al fenomeno sociale che hanno avuto e hanno i personaggi e di come stavolta, invece, l’idea in generale sia stata più assordante delle singole componenti (cosa che dal mio punto di vista, aumenta i meriti del progetto). Dopo il primo film, Gioia, Tristezza, Disgusto, Paura e Rabbia (indubbiamente insieme a Tristezza quello meglio riuscito), vennero presi quasi a modello di vita e trasportati nella nostra quotidianità e nel nostro gergo comune. In Inside Out 2 questo non succede, un po’ perché spodestare quei cinque sarebbe stato impossibile e un po’ perché le nuove 4 emozioni sono meno afferrabili e quindi meno empatiche. Il fatto che comunque il film a momenti ti travolge, aumenta i meriti dell’idea e di come il concetto complessivo in questo secondo caso sia stato preminente. Con questo non voglio dire che Inside Out 2 sia stato migliore del primo (l’effetto idea nuova è quasi insuperabile), ma che è stato intelligentemente diverso.
Sinceramente ora non so cosa aspettarmi anche se pensare a un terzo film che riesca a resistere al tempo e al contempo entrarti dentro non la vedo facile, ma la pensavo cosi anche primi di entrare nella sala pochi giorni fa e invece…
Jonhdoe1978























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