
Il tempo ha senza ombra di dubbio un ruolo fondamentale nella nostra vita, la percezione che abbiamo di lui influenza e definisce ogni nostra scelta e comportamento. E questo in virtù del fatto che non sappiamo quanto ce ne resta.
Siamo nell’anno 2169, ogni uomo è stato modificato geneticamente in modo da terminare il suo sviluppo all’età di 25 anni. Raggiunto tale limite si aziona un timer interno, visualizzato nel braccio, della durata di un solo anno, al termine del quale la persona morirà. Per ognuno è possibile aumentarlo per un numero indefinito di volte e di anni attraverso qualsiasi attività, lavorativa, di gioco, di scambio, senza che il corpo invecchi di un giorno. In pratica il tempo è la nuova moneta di scambio della società.
Su questo sfondo Will Salas (Justin Timberlake) vive insieme a sua madre Rachel (Olivia Wilde) nella zona 12, il ghetto, quella più povera e l’unico obiettivo che hanno è quello di guadagnare ore per arrivare al giorno dopo.
Ho un particolare debole per Andrew Niccol, ogni suo film, di cui è sceneggiatore oltre che regista, ha sempre uno spunto originale e interessante, e se a questo si aggiunge che molto spesso l’argomento principe è il possibile sviluppo di un futuro prossimo, il motivo è presto spiegato.
La base su cui si muove “In Time” è a mio parere geniale, prende il Tempo per come lo conosciamo e come definito all’inizio e lo capovolge raccontandolo da una prospettiva completamente diversa, rendendolo l’elemento principale su cui muoversi.
Niccol credo, si sia fatta la domanda che tutti prima o poi ci facciamo nella vita: se sapessimo quanto ci manca come ci comporteremmo, cosa saremmo disposti a fare e soprattutto quale conseguenze avrebbe su tutte le nostre scelte? Su questo interrogativo ha cucito e sviluppato tutto la storia che però mostra la sua parte migliore proprio all’inizio dove si gioca tutte le sue carte, spiegando e rappresentando le nuove dinamiche che un simile contesto crea. I primi minuti, infatti, sono assolutamente magnetici, con un linguaggio soprattutto chiaro e d’impatto, in pochi istanti si è riusciti a far entrare lo spettatore nel meccanismo “pago e riscuoto” con il tempo e questa senza spiegazioni troppo contorte e improbabili. L’impressione che però, ho avuto, è che da un certo un punto in poi l’argomento fosse esaurito e si sia utilizzato tutta una serie di scene d’azione al solo scopo di far arrivare il film al suo messaggio finale, senza aggiungere più nulla.
Durante la visione del film, soprattutto, come detto, nella prima parte è assolutamente naturale paragonare la diversa valenza che il tempo ha, rispetto a come lo conosciamo noi. Farlo diventare l’elemento fondamentale su cui gira tutta l’economia non ha fatto altro che derubricarlo a mera “cosa” facendogli perdere quel valore allegorico che invece per definizione ha.
Questa trasformazione materiale ha comportato, come per ogni cosa, che i ricchi più ne hanno e più ne vogliono e che i centri di potere girano completamente intorno a esso. Il messaggio è chiaro, certe dinamiche non cambiano, cambia solo il bene che le fa girare.
Quello che alla fine Niccol fa è un inno, neanche troppo velato, al tempo per come lo concepiamo noi, e il suo straordinario modo con cui esso ci fa vedere e apprezzare le cose. E cosi ci mostra come chi ne ha poco non riesce a goderselo perché impegnato a trovarne dell’altro e chi ne ha troppo risulta essere quasi scocciato e tende a impiegarlo per le cose più insignificanti. L’immortalità viene vista dal suo lato peggiore sia dal punto di vista della noia che dal punto di vista dell’aridità dei sentimenti che ha il suo culmine in un padre che pur di mantenerla è pronta a rinunciare alla figlia.
Appena sufficienti gli attori, compreso e soprattutto Justin Timberlake, che alterna sequenze convincenti a altre in cui sembra un pesce fuor d’acqua. Per quanto ormai sia quasi, un veterano del grande schermo è e rimane un cantante prestato al cinema e per quanto il front man non sia altro che un attore con una bella voce, a volte le differenze sono insormontabili.
L’impressione generale, nonostante nel complesso godibile, è di qualcosa di non completo, con un finale aperto che sa di Robin Hood del 21 secolo, con i due protagonisti Will e Sylvia (la modesta Amanda Seyfried) che rubano il tempo ai potenti per darlo al popolo. La splendida idea di partenza avrebbe meritato un altro sviluppo, più complesso, con qualche sfumatura cervellotica in più, senza lasciarsi trascinare dall’usato sicuro, che ne ha sminuito la genialità e l’originalità generale.
Jonhdoe1978
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