
Negli anni ’80 e nei primi anni ’90, il cinema italiano è stato invaso da film divisi a episodi, che avevano spesso, storie e attori diversi accomunati, in alcuni casi, solo dallo stesso sfondo narrativo. Questo ha comportato, il proliferare di piccoli film dentro il titolo madre, con l’inevitabile conseguenza di avere un giudizio spezzettato e non complessivo, della pellicola.
Alvaro Presutti (Alvaro Vitali) è un famoso arbitro di seria A, che però per sopravvivere lavora come usciere per una grande società. Un giorno gli viene recapitata una videocassetta anonima contenente un video che mostra la moglie (Carmen Russo) in atteggiamenti inequivocabile, con un uomo, che scoprirà anche grazie all’amico Sposito (Enzo Cannavale), essere Walter Grass (Marco Gelardini), la nuova punta tedesca della Juventus. Nonostante il suo essere intransigente e imparziale, decide che la domenica successiva nell’incontro tra la stessa Juventus e la Fiorentina, si sarebbe vendicato.
Amedeo (Pippo Franco) è un grande tifoso romanista che si trova diviso tra la sua fede e quella del padre, Sor Memmo (Mario Carotenuto) e quella laziale, del titolare della ditta in cui lavora che è anche il padre della sua futura moglie Patrizia (Daniela Poggi).
Negli anni ottanta (e anche novanta) il calcio non era una semplice passione, ma una vera e propria fede. Ne consegue che il film in oggetto, come tanti altri, è stato subito accettato dal pubblico con favore e accondiscendenza e questo a prescindere dagli interpreti, peraltro ormai radicati nell’immaginario collettivo.
Gli argomenti si sentono immediatamente vicini cosi come le dinamiche narrative, accompagnate dagli inevitabili fraintendimenti tipici dei film all’italiana dell’epoca. Il calcio, come d’altronde spesso accade, si fonde con la vita reale trovando il suo equilibrio a seconda dalle inclinazioni e dalle aspettative delle persone, che porta a far coincidere un credo con gli atteggiamenti privati e lavorativi quotidiani. Su questo le due parti del film, trovano la loro linea comune: sull’influenza che una partita ha nelle vite anche di persone che non sono del mondo calcio e questo sia per una semplice scommessa che per la partecipazione attiva in una tifoseria.
Premessa a parte, trovo che tra il primo episodio, L’Arbitro e il Calciatore e il secondo, Il Tifoso, ci sia un enorme differenza sia per storia in se che per valore comico, dovuto soprattutto, quest’ultimo, a quel genio di Mario Carotenuto. E’ lui il vero mattatore della vicenda, colui che indirizza con i tempi delle battute il reale andamento degli avvenimenti, con Pippo Franco che spesso si issa a essere una semplice spalla. La prima di storia, invece, la trovo troppo distante e tirata per i capelli e con un Alvaro Vitali (che non ho mai apprezzato sino in fondo) di certo non alla sua migliore prova. Purtroppo il suo recitare è stato sempre figlio del suo personaggio, che con il tempo è diventata la sua fortuna ma anche il suo limite, non avendo modificando mai di una virgola il suo approccio. Pippo Franco al contrario, è sempre stato più versatile ma anche meno performante e ha sempre dovuto “aiutarsi” ai compagni di turno, per splendere completamente.
Pier Francesco Pingitore, le cui capacità cinematografiche e non, sono indiscusse, è autore di una storia pulita e senza troppi inutili equivoci. Per ogni episodio, infatti, ha scelto un singolo grande filone e da li ha fatto muovere i suoi personaggi, senza nessuna divagazione di sorta. Questo ha comportato la forse, troppa semplicità narrativa, controbilanciata, però, dalla corrispondente facile fruibilità del prodotto che ha fatto risaltare la pura comicità. Spesso, infatti, in film analoghi, almeno come struttura, si sono cercati troppi intrecci che hanno poi, comportato, visto l’esiguo tempo a disposizione, il crearsi di un’enorme matassa con sbocchi forzati e completamenti fuori tema.
La ragione della fortuna di questo film, rimasta intatta negli anni, va innanzitutto ricercata nella scelta dell’ordine degli episodi, Il tifoso, infatti, lascia quella sana soddisfazione che L’Arbitro e il Calciatore, aveva solo sfiorato e successivamente per l’argomento trattato e la visceralità che esso si porta dietro. Perché quelli sono i veri anni del calcio da bar, delle partite che duravano 6 giorni, giusto il tempo per prepararsi alla prossima. Del picchetto, le scommesse clandestine, fatte di quei piccoli foglietti sbiaditi per le troppe fotocopie. Dell’arbitro visto come un comune nemico che sbagliava e che ce l’aveva con la tua squadra a prescindere, qualsiasi scelta facesse.
Queste storie erano piccoli spaccati di vita comune, arricchiti di un po’ di pepe, di quell’improbabile dentro la normalità, una specie di piccoli castelli sopra le strade che conoscevamo bene. E ci davano sicurezza, erano una bolla in cui perdersi la sera serenamente e che addolcivano le giornate, e questo a prescindere dell’età, dalle prospettive, dai sogni e nel caso specifico, dal tifo.
Jonhdoe1978
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