
Da quando è cominciata l’ avventura di Cineastio, capita spesso che gli amici mi chiedano consigli su qualche commedia, dramma o film “friccicarello” da guardare, fino a che (causa reclusione pandemica forzata) uno di questi ha creato l’ ennesimo e non richiesto “Gruppo WhatsApp”, dove ci si scambiano solo consigli su come intrattenere la serata davanti alla TV.
Capita anche che siano loro a suggerire a me qualche film che magari non ho ancora visto, chiedendomi cosa ne penso e magari di recensirlo. Uno di questi è proprio Il testimone invisibile di Stefano Mordini, regista italiano che avevo apprezzato con Acciaio nel 2012 e detestato quattro anni dopo con Pericle il nero, per una singola e distinta motivazione: la scelta di Riccardo Scamarcio come protagonista.
Ed è stato forse “consciamente” proprio questo semplice quanto importante particolare, a farmi sorvolare sulla visione di questa pellicola nell’ Inverno del 2018 e a procrastinare per mesi la decisione di guardarlo, nonostante ormai sul gruppo fossi rimasto l’ unico a non averlo visto e suggerirmelo fosse diventata una pseudo barzelletta. Non ho nulla contro Scamarcio…è che non mi trasmette mai credibilità, non ci posso fare niente.
Succede che una sera, completamente allocchito dalle millemila proposte di Netflix e Prime video che mi decido: “Il testimone Invisibile” –> “Guarda Ora” –> “Ok”.
Fin dai primi minuti ho la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di diverso dalle solite e collaudate produzioni italiane e, man mano che i minuti proseguono fra le magnifiche ambientazioni del Trentino, l’ ottima fotografia di Luigi Martinucci, l’ elastico montaggio di Massimo Fiocchi ed i continui cambi di prospettiva, figli della sceneggiatura dello stesso Mordini e di Massimiliano Catoni, si fa sempre più forte il pensiero di aver peccato di pregiudizio e di essermi pregiudicato, fino a quel momento, qualcosa di veramente bello…tranne Scamarcio, per le motivazioni sopracitate.
Mentre già cercavo le parole che mi scagionassero da questa infausta presa di posizione con chi si era largamente prodigato nel suggerirmi e sponsorizzare questa piacevolmente spiazzante pellicola, all’ improvviso l’ illuminazione: “MA IO QUESTO FILM L’ HO GIA’ VISTO!!! E’ Contratiempo del regista e sceneggiatore spagnolo Oriol Paulo!”
La delusione di scoprire che l’ uscita del cinema italiano dalla “Comfort Zone” per addentrarsi in territori dal sapore internazionale, fosse in realtà solo un mio castello per aria (in cui mi stavo già crogiolando) è stata seconda solo alla delusione ancor più grande di scoprire, al termine del film, di essere riusciti a prendere un buon film con qualche errore, per farne un doppione su carta carbone travestito da “Remake”, buttando via la possibilità di correggere gli errori dell’ originale ed arricchirne la qualità di base, limitandoci ad un abuso della funzione CTRL+C abbinata a Google Translate.
La sola differenza fra le due pellicole sta tutta nelle intenzioni dei titoli: mentre lo spagnolo Paulo prova a focalizzare le attenzioni sul “contrattempo” che investe i due protagonisti e su cui si dispiega l’ intera storia, l’ italiano Mordini punta tutto sul “Coup de Théâtre” che potrebbe invece cambiarne le sorti e rimetterli in gioco sotto una luce diversa. Purtroppo per entrambi, però, la scatola cinese costruita per presentare al pubblico una moderna versione del perfetto omicidio è parecchio confusa e deve, per forza di cose, indirizzare il pubblico ad incanalare tutta la concentrazione sui “dettagli” e su quanto facciano la differenza.
Il problema è che più che un suggerimento allo spettatore, la cosa si tramuta in fretta in un ammonimento a chi prova a distrarsi anche solo un secondo, ripetendocelo ogni due minuti che nemmeno il Nam myoho renge kyo per i buddhisti e rendendo una potenziale perfetta sceneggiatura in una trama didascalica che lascia fuori dalla porta qualunque accenno d’ interpretazione da parte del pubblico.
Nel Copia/Incolla di Mordini c’è una sola cosa che gli riesce meglio del collega spagnolo, ossia la scelta di Maria Paiato per il ruolo della penalista Virginia Ferrara. L’ attrice italiana, essendo cinematograficamente meno nota dei suoi colleghi Scamarcio, Fabrizio Bentivoglio e Miriam Leone (quest’ ultima lontana ormai anni luce dall’ etichetta di “bellona” priva di talento, sbucata dai concorsi di bellezza), riesce a dare meno nell’ occhio, distogliendo l’ interesse dello spettatore da lacune ed errori e facendolo concentrare su quei “dettagli” inutili, ma importanti affinché non venga rovinato il finale. Nonostante la recitazione della Paiato sia (a mio dire) un tantinello troppo teatrale, la sua prova è buona e, per quanto appena detto, è più funzionale rispetto a quella della gemella iberica Ana Wagener.
Resta comunque il dubbio che questa unica nota positiva sia più frutto del caso che delle scelte di Mordini e la riprova sta proprio nella scelta di Scamarcio protagonista e in quella “singola e distinta motivazione” che allertava il mio sesto senso e mi teneva lontano da questo film.
Alessandrocon2esse
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