
La mente dell’uomo è un complicatissimo e inclassificabile meccanismo a incastri che trova il suo limite più grande nel non sapere. Non c’è, infatti, nulla che logori di più la sua stabilità che il sospetto, il dubbio che un determinato evento possa essere accaduto o meno.
Lucas (Mads Mikkelsen) è un ex professore di liceo, la scuola è stata chiusa mesi prima, che ora si occupa dei bambini dell’asilo del paese dove vive. E’ divorziato e la sua vita si svolge tra serate tra gli amici di infanzia e la ricerca di far trasferire da lui il figlio adolescente. Un giorno uno dei piccoli di cui si prende cura, Klara la figlia del suo migliore amico, sentendosi da lui rifiutata per uno strano meccanismo di amore infantile, per ripicca riferisce alla preside che l’uomo gli ha mostrato le sue parti intimi. Lucas viene cosi convocato pere chiarire la questione.
Dopo aver visto Un altro giro, mi è venuto spontaneo andare a ritroso nella filmografia di Thomas Vinterberg, onde capire se tanta bellezza è stata frutto del caso o di un percorso che evidentemente, mi ero perso. Ogni dubbio è stato fugato dopo la visione del film oggetto che per certi versi è addirittura superiore al motivo per cui sono andato a recuperarlo. Perché se è vero che Un altro giro è uno splendido viaggio negli errori, nella rinascita e nella speranza, Il sospetto è qualcosa di visceralmente coinvolgente e che ti stritola dal primo all’ultimo fotogramma.
Il film si sviluppa su due livelli percettivi differenti riguardanti il diverso approccio emotivo delle parti al medesimo avvenimento. Da un lato, infatti, c’è Lucas, l’accusato, colui che è evidentemente innocente (la storia è chiara sin da subito su questo) con tutto il senso di impotenza e ingiustizia che tale situazione si porta dietro. La sensazione è di una stanza che diventa ogni secondo più piccola e buia con il suo ospite che invece, nonostante il tentativo di sfuggire, diventa sempre più grande. Tutti i petali della sua vita, peraltro pochi anche se ben ramificati, cadono uno dopo l’altro senza che lui riesca a fare nulla, travolto com’è da una cosa che è evidentemente più grande di lui e che il suo modo di essere porta ad approcciare timidamente.
Dall’altro lato tutti gli altri, gli amici di una vita, i concittadini, i colleghi, sopraffatti dalla percezione di un avvenimento, di poche innocenti parole confuse, peraltro più volte ritrattate, a cui non si è cercato una soluzione e una spiegazione diversa dalla facile apparenza.
E’ ovvio che la prospettiva con cui Vinterberg ci mostra la storia porta lo spettatore a schierarsi apertamente, a rendere Lucas quasi un martire e una vittima, una persona che istintivamente vorremmo proteggere gridando al mondo, al posto suo, con rabbia, che non ha fatto nulla. Ma è altrettanto vero che tale approccio è servito al regista, travalicando il semplice senso del reato in se, indiscutibilmente il più vile e atroce che un uomo può commettere, per mostrarci come il dubbio, inteso a qualsiasi livello, possa influenzare il nostro agire, distruggendo certezze, vissuto e affetti, accecando oltremodo quello che è il giudizio normale.
Mezzo e messaggio sarebbero però, a mio avviso, stati nulla senza il come che rendono questo film un gioiello della filmografia non solo europea. Vinterberg trasforma, infatti, una vicenda lineare e senza apparenti sussulti narrativi in una morsa continua allo stomaco, in una centrifuga emotiva che ti sfianca minuto dopo minuto lasciandoti alla fine inerme e profondamente ferito. Tale risultato è stato ottenuto attraverso l’esasperazione del tema principale, insieme all’analisi sociale di quello che normalmente avviene in una piccola comunità. Il passa parola cosi come l’auto convinzione di un qualcosa si muove in tale ambito, a una velocità superiore rispetto al normale e tutto assume dei contorni diversi e accentuati. Tutto d’un tratto quello che dovrebbe essere la forza di un tale modo di vivere, il conoscersi, il fidarsi, il confrontarsi sino alla fine, diventa la sua debolezza, trovando più facile scacciare, come succederebbe tra conoscenti o addirittura sconosciuti, piuttosto che capire o dare il beneficio del dubbio e questo anche dopo che la giustizia ha confermato che non c’erano prove dell’accaduto. Come però capita spesso nella vita, escludendo il figlio che per definizione non potrà mai vedere se non in casi acclarati, la colpevolezza del padre, definirei commovente la figura di Bruun (Lars Ranthe), l’unica persona che senza se e senza ma non ha mai preso in considerazione la colpevolezza dell’amico. E’ come se il regista danese abbia inserito questo figura quale zattera tra fine e un nuovo inizio dando la forza, ripeto insieme al figlio, a Lucas di provare a reclamare il suo posto in quella piccola tavola rotonda nella quale si trovava tanto bene e per il quale era pronto, vedi le bellissime scene del supermercato e soprattutto, della chiesa, a rischiare tutto, vita compresa.
Anche l’amore, inteso in senso stretto, seppur giovane, perde la sua guerra con il dubbio, a simboleggiare come i rumori della foresta a volte, sono più forti della foresta stessa e come, non si sia in grado, se non successivamente e a mio avviso, tardivamente, a leggere gli occhi.
Per quanto Mads Mikkelsen sia assolutamente incantevole, questa è una di quelle volte in cui il contesto è più importante della prova singola. Per carità senza una grande interpretazione nulla di quello detto sarebbe stato possibile, ma credo che però, tutto sia stato agevolato dal genio e dalla sensibilità del regista.
Tutto la storia si muove su una sottile linea emotiva nella quale la verità si scontra con la percezione. Linea che anche nel suo finale, assolutamente fantastico, non trova la sua definizione, legata soprattutto, a quello che in tutto il film non si è detto. Perché da una parte Lucas non ha mai gridato la frase “non sono stato io”, seppur evidente, cosi come nessuno, anche nel momento di riunione, ha pronunciato la parola “innocente”. Si è rimasti una sorta di limbo, in una linea temporale sospesa nella quale entrambe le parti, anche se per motivi diversi, sono rimaste parzialmente sulle loro posizioni di ferito e di indeciso. D’altronde come detto all’inizio, niente uccide l’uomo quanto l’incertezza e questo per l’incontrollata capacità di trovare pace “solo” nel perdono assoluto o nella condanna senza ombre.
Jonhdoe1978
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