
TITOLI DI TESTA: “Silenzio in aula, parla Aaron”
TRAILER: “Caro Aaron, so Netflix. Basta merda alla Renè Ferretti, dovemo puntà alla qualità. Se semo comprati li diritti pe fa un film sulla storia dei 7 nani, tutti attori de qualità. Er problema è che sapemo piggià solo i tasti der telecomando, pe scrivelo ce servi tu!”.
Pe scrive un film sui 7 nani mica puoi chiamà no scemo. È un argomento spinoso, na cifra de bambini potrebbero imbracciare il fucile co le frecette e armà un casino. Così Aaron Sorkin, noto scrittore dal calamaio magico, dopo notti insonni a pensà alla strega cattiva ha guardato lo specchio magico che jà detto: “Chi è er più bello der reame?”. Ma quale reame, hai visto che casini che ce stanno n’America.
E allora Aaron s’è ricordato de na storiella de n’processo a 7 disgraziati, dove la strega cattiva era un giudice (nonchè carnefice con la bandiera a stelle e strisce) che sparava cazzate cercando di zittire il grido di rivolta contro la politica americana e la sua voglia de sparà a destra e a manca. La foresta con tutti i suoi abitanti se ne stà a guardare, mentre dentro al palazzo d’ingiustizia volano dialoghi taglienti, riflessioni comiche e arringhe contornate da immagini di repertorio…un repertorio che l’America conosce bene. Lo specchio del reame si ritrova a riflettere le ombre del passato, mostrando tutta l’oscurità dell’America dei giorni nostri.
Forse Netflix avrebbe preferito parlà dei 7 nani, ma alla fine se so ritrovati di nuovo con un film agli Oscar. Aaron Sorkin scrive e dirige il suo secondo film e se conosci le serie West Wing e The Newsroom, sto film pare na puntata più lunga ma co più budget.
“C’era una volta il processo ai Chicago 7…” e qui è raccontato fin troppo bene.
6.8 / 10
Mklane
Pochi secondi dopo il termine del film mi sono immediatamente chiesto quanto mi sarebbe rimasto se invece di una storia vera si fosse trattato semplicemente dell’opera fantasiosa dell’ingegno di qualcuno. E la risposta è molto poco.
E di questo ne è cosciente anche il bravissimo sceneggiatore Aaron Sorkin, al secondo lavoro come regista, che, infatti, cuce tutta la vicenda sulla presunzione di conoscenza degli eventi da parte dello spettatore, focalizzando la sua attenzione su alcuni specifici momenti utili al messaggio che voleva mandare. A mio avviso il risultato è poco più che sufficiente non essendo riuscito a tirare fuori completamente, il profondo significato generazionale e mediatico di quel processo. In quel preciso momento era veramente l’intero apparato politico contro 7, anzi 5, uomini che avevano solo nell’ideale, vero rischio per chi sta al potere, la loro arma. Il senso di ispirazione futura che i loro gesti e le loro parole hanno comportato non emerge completamente dando più l’impressione di questioni personali riguardanti solo un numero limitato di persone.
Molto più d’impatto, e forse questo era il vero intento di Sorkin, il profondo senso di ingiustizia e di abuso di potere che tutto il sistema, polizia in primis, trasmette. E questo non solo per il caso specifico narrato ma per l’amara consapevolezza che dopo più di cinquant’anni le cose non sono cambiate non essendo cambiato il modo di approcciare determinate situazioni e diversità.
Questa triste considerazione è la vera anima del film, il fuoco che da un certo punto in poi, la seconda parte è nettamente più empatica della prima, arriva con chiarezza facendo però passare in secondo piano, colpevolmente, il vero motivo del processo: la reazione di un gruppo nutrito di uomini contro un inutile e sanguinosa guerra. Un concetto accantonato per lunghi tratti per poi essere riproposto con forza nelle battute finali che però hanno il grande limite di essere spersonalizzate da delle asettiche scritte.
Peccato.
6.6 / 10
Jonhdoe1978
Una sceneggiatura scritta nel 2007 da Aaron Sorkin che avrebbe dovuto essere diretta da Steven Spielberg e distribuita dalla Paramount Pictures, ma che per “piccole questioni pandemiche” e per essere ultimata entro le ultime elezioni presidenziali, è stata poi venduta a Netflix e diretta dallo stesso sceneggiatore newyorkese, alla sua seconda volta dietro la macchina da presa.
Tutto impeccabile: dialoghi taglienti, regia impeccabile, colonna sonora perfetta, cast superbo ed egregiamente diretto, fra cui spiccano (per ruolo) Sasha Baron Cohen ed Eddie Redmayne ed un eccezionale cameo di Michael Keaton. Un solo ed unico neo. E’ una commedia.
Il processo ai Chicago 7 è interamente ambientato in un tribunale e parla di fatti estremamente seri che hanno realmente cambiato l’ America e condizionato il mondo che stiamo vivendo oggi e, proprio per questa ragione, andrebbe trattato con guanti e pennello e non con zappa e rullo acquistati col “Primo Prezzo” da Leroy Merlin. Il risultato è la trasformazione di una storia di ribellione sociale, di limitazione della libertà, di violenza ed abusi di potere in un fumetto ai limiti della macchietta.
Sorkin, seppur dimostrando ancora una volta enormi capacità poetiche, dialogiche, affabulatorie e di essere lo sceneggiatore più influente dell’ ultimo decennio, probabilmente proprio a causa della necessità di dover costruire un film “alla portata di tutti” (e per “tutti” intendo quelli che hanno Netflix), riduce tutto ad un limitato scontro fra bianco e nero, buttando via un’ ottima occasione.
Inspiegabile, a mio parere e per le ragioni sopra esposte, la candidatura agli Oscar. O forse una spiegazione c’è, ma nulla ha a che vedere con il cinema. In tempi pre-pandemici e con una normale distribuzione nelle sale, Sorkin avrebbe diretto diversamente questa pellicola e sarebbe stato tutt’ altro che un successo al botteghino. L’ Academy Awards è ormai solo un mezzo politico, oltre che una enorme lavatrice per la statuaria “Toga” franco/americana più famosa al mondo.
6.5 / 10
Alessandrocon2esse
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