
Se escludiamo la scritta finale di Groucho Marx (“Dentro ogni anziano c’è un giovane che si chiede cosa gli sia successo”), il fatto che uno dei produttori esecutivi, con tanto di cameo, sia Stan “The Man” Wawrinka e la scena notturna che vede il presunto smemorato “visitato” in veste nominale sempre diversa dal suo amore, de Il peggior lavoro della mia vita, nuovo film di Thomas Gilou, non rimane praticamente nulla. Ovviamente la mia è un’iperbole, ma credo che rende perfettamente l’idea della confusione e della banalità che questa commedia regala praticamente da poco dopo l’inizio. Se i primissimi minuti, infatti, qualche minimo spunto di interesse potevano crearlo, subito dopo si è entrati in un circolo rovinoso di provvisorietà e soprattutto, impalpabilità a cui non si è più fatto rimedio. Tante dinamiche messe dentro senza un costrutto e molto spesso liquidate velocemente e senza mai entrare nella loro profondità. Si sorvola su tutto e alla fine quel tutto si contorce su sè stesso, sino all’inevitabile ignobile e surreale (per bruttezza) conclusione.
Aggiungo, quale corona di spine finale per questa produzione, che una commedia, per quanto tra il grottesco e il leggero, deve almeno se non proprio far ridere, almeno sorridere. In Il peggior lavoro della mia vita, tolto il momento evidenziato all’inizio sulle visite notturne, questo non avviene mai e tutto si trascina in continui e, a volte, stucchevoli clichè.
Anche l’indubbia morale e/o messaggio del film, peraltro concettualmente giusto, viene stroncato dall’esecuzione risultando alla fine (se ci pensiamo è quasi blasfemo) quasi svuotato di tutta la sua emotività. Quell’anello di congiunzione tra gioventù e vecchiaia, infatti, fatto di ricordi, possibilità e speranze, viene praticamente disintegrato di ogni essenza facendolo precipitare in un disarmante e a volte fastidioso anonimato.
Andando a chiudere, le commedie francesi, anche le meno riuscite, hanno sempre lasciato qualche spunto di riflessione, risultando spesso con un valore complessivo narrativo almeno medio (se non alto). Questa, evidentemente, esce da questa linea e può tranquillamente rientrare in quella sfilza di film da cui stare con continuità molto distanti.
Voto 3.5/10
Jonhdoe1978
Il peggior lavoro della mia vita di Thomas Gilou si propone come una commedia sociale, capace di coniugare umorismo e riflessione sul tema della solitudine, ma il risultato finale lascia l’amaro in bocca.
La storia di Milann Rousseau (Kev Adams), giovane scapestrato che si ritrova a scontare 300 ore di servizi sociali in una casa di riposo, parte con premesse interessanti ma si smarrisce tra forzature narrative e banalità. Il protagonista viene spinto dagli eventi verso un percorso di redenzione che si sviluppa con prevedibilità disarmante: da ragazzo senza scopi e cinico verso gli anziani, a difensore dei suoi nuovi compagni di viaggio, fino al classico epilogo edificante.
Una traiettoria talmente troppo abusata che avrebbe potuto riservare qualche sorpresa solo se fosse stata costruita con maggiore coerenza.
Nonostante la presenza di un cast di spessore (Gérard Depardieu, Daniel Prévost, Mylène Demongeot e Jean-Luc Bideau), la sceneggiatura si appiattisce su dialoghi che dicono tutto senza lasciare spazio all’interpretazione, mentre la comicità, spesso basata su gag ripetitive e battute di grana grossa, non trova mai un vero slancio.
La regia di Gilou sembra indecisa tra il tono leggero della commedia e la volontà di inserire elementi di critica sociale, finendo per non approfondire nessuno dei due aspetti. Il disagio generazionale, che pure è il tema portante, viene appena sfiorato, con la vecchiaia rappresentata più come un espediente narrativo che come una condizione umana complessa e sfaccettata.
La dinamica tra Milann e gli anziani del centro, in particolare con il personaggio di Depardieu, l’ex pugile Lino Vartan, avrebbe potuto dare vita a momenti di autentica emozione, ma le interazioni risultano schematiche, frettolose e prive di quella spontaneità che rende credibile un legame.
La svolta narrativa che dovrebbe dare profondità al film arriva solo negli ultimi venti minuti, in maniera improvvisa e poco convincente.
Il peggior lavoro della mia vita si presenta così come un “feel-good movie” che tenta di rassicurare con soluzioni facili e stereotipate, senza mai davvero coinvolgere lo spettatore. In definitiva, un’occasione mancata per un racconto che, sulla carta, avrebbe potuto toccare corde più profonde e, soprattutto, divertire…quello che i francesi (maledetti) sanno fare benissimo con le loro commedie.
Voto 2.5/10
Alessandrocon2esse
TRAILER: il peggior film de Gerardo
TRAMA: lo dovevano intitolà a n’artra maniera perchè ormai,il buon vecchio Gérard, accetta qualsiasi sceneggiatura gli venga sbattuta in faccia, probabilmente in cambio di casse di vino rosso e un piatto di coq au vin.
Ce stà Milann, un ragazzo che se ritrova con 300 ore di lavori socialmente utili da fare in una casa di riposo. Perché? Perchè c’ha un nome da sfigato e il giudice tifava nerazzurro.
Appena arriva lì, viene giustamente bullizzato dai vecchi. Tra questi, c’è Lino (Depardieu), un ex pugile con la faccia di chi ha visto troppe cose nella vita e soprattutto troppi film brutti. Dopo un po’ di battutine e sguardi in cagnesco, Milann e Lino diventano amici, e il ragazzo scopre che la direzione della casa di riposo sta truffando i poveri vecchietti.
E cosa si fa in questi casi? Ma ovviamente si organizza una fuga di gruppo, perché i francesi non possono fare un film senza una grande rivoluzione. E quindi ecco i nostri arzilli nonnini che, guidati da Milann, cercano di scappare dal peggior resort per pensionati della storia.
Ora, il problema grosso del film è che si vede da lontano un chilometro che vorrebbe essere una commedia tenera e scanzonata con un messaggio profondo. Ma il risultato è che le battute sono prevedibili, le situazioni sono già viste e il livello di originalità sta sotto le scarpe.
Alla fine, Il peggior lavoro della mia vita è il classico film che magari guardi distrattamente una sera quando non trovi altro su Prime Video. Non fa ridere abbastanza per essere una grande commedia, non emoziona abbastanza per essere un dramma, e non è abbastanza brutto per diventare un cult trash. Sta lì, nel limbo dei film che esistono e basta.
Voto 2/10
Mklane
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