
E’ comune sentire quello di dividere la vita dell’uomo in varie e definite fasi: la nascita, l’essere bambino, l’adolescenza, la crescita, l’età adulta e, infine, la terza età. Sebbene ognuna abbia le proprie caratteristiche, con i suoi vantaggi e le sue difficoltà, è indubbio che l’ultima sia la più delicata se non altro per quella sensazione di poco tempo rimasto che inevitabilmente si porta dietro.
Sandy Kominsky (Michael Douglas) è un uomo di 75 anni con alle spalle una breve carriera da attore che da anni si cimenta, con successo, a insegnare l’arte della recitazione a giovani ragazzi che si vogliono affacciare al mondo dello spettacolo. Il suo agente, nonchè il suo migliore amico, è Norman Newlander (Alan Arkin), famosissimo procuratore cinematografico che sta attraversando un momento delicato a causa della malattia terminale della moglie.
Nel momento in cui si supera una certa età e si comincia ad avere a che fare con la morte le prospettive di vita sino ad allora avute cambiano, sostituite da un più radicale giorno dopo giorno prima sconosciuto. Questa specie di limitazione emotiva, molto spesso, seppur naturale e nell’ordine delle cose, viene sconfitta da colei che è da sempre la vera forza spirituale dell’uomo, quella speranza che ti permette di vedere e trovare un appiglio anche nei luoghi più impervi e bui.
Su queste scomode basi si fonda Il metodo Kominsky, deliziosa e irriverente serie scritta e pensata da Chuck Lorre e interpretata meravigliosamente da Michael Douglas e per due terzi, da Alan Arkin. Proprio questa specifica, la rinuncia da parte di Arkin per sua volontà all’ultima stagione, è fondamentale per dividere questa serie, storicamente ed emotivamente, in due parti ben distinte nonostante il tentativo, alla fine discretamente riuscito, di creare un ponte accettabile tra le due. Sin dalla prima puntata della terza stagione, infatti, e’ apparso subito ovvio che la mancanza dell’attore newyorkese avrebbe creato nella trama un buco narrativo importante e questo soprattutto in termini di complicità e tempi scenici. L’affiatamento dei due attori, infatti, per 16 puntate è stata la vera anima del Il Metodo Kominsky e questo per il modo entusiasmante, commovente e appagante con il quale hanno raccontato dinamiche tanto intime quanto profonde. Il loro modo di essere, sia come individui che come duetto, è qualcosa che ha travalicato il semplice senso dell’amicizia andando a toccare qualcosa che ricalca il valore pieno della necessità e del bisogno. Il cinismo e il sarcasmo con il quale spesso dialogano, oltre ad evidenziare un acume e un livello di comprensione e sveltezza mentale elevata, sta proprio a simboleggiare la simbiosi intellettuale e soprattutto, libera che avevano creato. Questa magia dialettica, che va dalla delicatezza alla comicità, si spezza inevitabilmente nella terza stagione sostituito da un più drastico “ricordiamoci i bei tempi” che, anche se in linea con il principio di base della serie, fa perdere quella splendida particolarità che unicità che prima aveva.
Altra cosa che differenzia queste due parti, almeno come per chi scrive, è la valenza della speranza, soprattutto in un momento della vita in cui, come detto, i giorni assumono la stessa importanza degli anni. Nelle prime due stagioni essa, la speranza, si sviluppa su un binario doppio tra l’inafferrabile e l’inevitabile facendola percepire come una barca che alternativamente affonda e risale. Nella terza invece, la positività prende il sopravvento mostrando un non è mai troppo tardi che, anche se sempre attuale, da nel caso specifico, la sensazione di qualcosa di scontato o meglio, di profondamente diverso rispetto a quello fin li mostrato. Esiste però, tra le due, e a mio avviso, è stato determinante per far reggere tutta la storia, un elemento comune che è poi parte dell’anima dell’intera vicenda: il senso della morte. Questo tema è cosi scomodo e delicato, soprattutto, quando l’età non consente più momenti di stasi, che il limite tra il grottesco e il poetico diventa sottilissima. E invece quello che è riuscito a fare Il Metodo Kominsky è farci assaporare l’amaro del suo sapore con una corda di salvataggio legata, in un gioco tra ineluttabile e possibile labilissimo e bellissimo. E’ stato un continuo sprofondare e rialzarsi mostrando il modo con cui trovare sempre dei nuovi stimoli per continuare, e questo anche nelle perdite più pesanti e struggenti. Quel senso di seconde, se non addirittura terze possibilità, ammaliante nelle prime due stagioni, sfrontate nella terza, è stato l’altro elemento costante, la manifestazione estrema dell’indole dell’uomo fatta di fiammelle continue e di bisogni di avere sempre una persona sulla quale sorreggersi. La solitudine per quanto apparentemente sempre cercata dai nostri protagonisti, rimane sempre un passo indietro, sostituita dall’inevitabilità di un abbraccio o nel caso specifico di una sana frecciatina.
Seppur merita un grande applauso Alan Arkin, preciso e puntuale, il vero mattatore della serie è Michael Douglas. Il suo Sandy è a tratti strepitoso e questo soprattutto per la capacità di alternarsi nel duplice ruolo di attore consumato e attore sconosciuto. Il senso stesso dell’insegnante fuori dai riflettori, infatti, era di difficile applicazione, il dover rappresentare un doppio alter ego con la stessa consapevolezza e intensità.
Whisky con una dr pepper diet e un martini con oliva e acqua tonica. Questa la foto che se chiudo gli occhi mi viene in mente se penso al Il metodo Kominsky, quale corollario di una complicità assoluta nella quale, con difficoltà, cercare di ritrovarsi. Un modo coeso per affrontare con la stessa intensità la vita e la morte con nelle mani tante piccole speranze e inevitabili paure. In mezzo un mondo alternato nel quale trovarsi e smarrirsi contemporaneamente e questo anche grazie, o per colpa, delle altre persone che gli girano attorno. Tutto però, con quel bagliore cercato o improvviso che la vita ha sino all’ultimo momento e che ti fa ritrovare un briciolo di felicità o un premio per quello che è sempre stato il proprio sogno. Perché per certi sogni non esiste una data di scadenza se non nei limiti che noi stessi nella nostra confusione emozionale quasi sempre ci diamo.
Jonhdoe1978
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