
Per quanto legate alle singole attitudini personali, ogni età ha i propri tratti distintivi, quei piccoli o grandi dogmi che potremmo definire riti di passaggio o passaggi obbligati che ne segnano inevitabilmente il cammino.
Benjamin “Ben” Braddock (Dustin Hoffman) ha appena terminato brillantemente il college e si appresta a tornare a casa. Ad attenderlo una famiglia, peraltro benestante, cosi felice di tale conseguimento da organizzare un corposo party in suo onore. Spaesato da tante attenzioni, essendo già in preda ai dubbi sul futuro, si rinchiude nella sua stanza in cerca di tranquillità. Da li a poco, però, viene raggiunto dalla signora Robinson, amica di lunga data dei genitori e a loro coetanea, che gli chiede, vista l’assenza del marito, di accompagnarla a casa. Una volta giunti sul posto, il giovane Ben, si accorge delle avance della padrona di casa rimanendone contemporaneamente spaventato e affascinato.
Quando nel 1967 usci nelle sale cinematografiche americane Il laureato, complice anche una locandina al tempo considerata troppo esplicita, le reazioni furono molto contrastanti. La distinzione tra conservatori e progressisti, infatti, all’apice in quel periodo, si divise profondamente sia sui contenuti che sul messaggio che il film voleva mandare considerato alternativamente, irriverente o profondamente veritiero.
Detto questo, per quanto personalmente concorde sul fatto che, siamo comunque alle porte del ’68, l’impatto di allora non potrebbe essere lo stesso di adesso, molte cose più o meno giuste sono state sdoganate, considero la portata di quest’opera assolutamente contemporanea e questo per aver rappresentato dinamiche dell’uomo collocabili, in quanto nella sua indole, in qualsiasi momento storico.
Il momento di smarrimento post fine degli studi, o meglio quel limbo di tempo che separa la scelta di continuare con quella di iniziare un percorso lavorativo, è sempre complicata, accompagnata spesso, da un momento di dubbi comportamentali che porta il soggetto a sperimentare e a esagerare. Questa regola è insita proprio nei vent’anni cosi come la fame di naturale ribellione verso la società o i genitori che si porta dietro. Tale condizione ha a sua volta una biforcazione molto definita: l’assimilazione a un gruppo, dal quale si succhia forza e voglia di osare anche sopra ogni limite, o la quasi piena solitudine, inteso come quel momento in cui la mente viaggia facendosi tremila domande accompagnate da risposte personali e quindi per definizione distorte. E’ proprio in questo secondo limbo che si racchiude Ben, accartocciando su se stesso le proprie aspirazioni e aggrappandosi alla novità di un rapporto emotivamente vuoto anche se sessualmente appagante. Questo processo di appiattimento nasce però dalla innata curiosità di quell’età verso, soprattutto da parte maschile, quella trasgressione che la figura di una persona più grande, soprattutto per chi non ha avuto sino ad allora nessuna esperienza, ha. Tra i due si crea un paradosso temporale nel quale, attraverso sguardi vuoti e dialoghi superficiali (dopo mesi di rapporti Ben da ancora del lei alla sua dirimpettaia) si mostra il diverso approccio alla vita e questo a prescindere, almeno personalmente, dall’età. L’apatia della donna, apparentemente distrutta dalla vita, si contrappone alla voglia di sapere e di capire di Ben nonostante quel processo di auto distruzione, anche dovuto da questa relazione evidentemente sbagliata, a cui sta andando incontro. Questo status dei due viene completamente stravolto dall’apparizione di una terza persona, Elaine (Katharine Ross) figlia proprio della signora Robinson, che spariglia le cose e soprattutto, gli approcci dei due protagonisti. Nella donna si apre una sorta di squarcio egoistico che vede proprio nella giovane ragazza l’ultima fiammella di umanità altrimenti spenta, e nel giovane protagonista la musa ispiratrice verso un nuovo lido di perdono e futura facilità.
Questo spartiacque ha, a mio avviso, diversi spunti di riflessione che vanno in egual misura dall’amore all’egoismo, dalla voglia di riscatto a quella di ribellarsi ovunque e comunque. Queste molteplici possibilità di visione sono, secondo me, cercata dal bravo e coraggioso Mike Nichols, regista del film, come ulteriore critica verso le regole scritte e i comportamenti, soprattutto per quegli anni, idonei da tenere per le persone di un certo rango sociale. Il laureato, infatti, è quasi una bomba su tutte le credenze di allora, e in misura minore anche di ora, a cominciare dal modo con cui si matura e ci si approccia all’altro sesso fino ad arrivare al rispetto sociale e al matrimonio. Anche quest’ultimo, nella parte finale, è trattato come qualcosa di assolutamente relativo e che può essere stracciato anche dopo pochi secondi se considerato inutile da uno degli interessati. Persino la parte puramente ludica, soldi, macchine e oggetti, si perde man mano che i minuti passano quasi diventasse, che poi è come dovrebbe essere, solo un’appendice a quello che si vuole creare, una specie di succursale ai principi e alle situazioni superiori.
A livello interpretativo, oltre a una magistrale Anne Bancroft che riesce a far trasparire in ogni secondo la sensazione di superficialità prima e ribellione dopo del suo personaggio, c’è da segnalare l’ottima prova corale. Un filo al di sotto in alcune circostanze di quello che, a mio avviso, sarebbe dovuta essere è quella di Dustin Hoffman. Ci troviamo di fronte, per carità, a una splendida prova, ma l’ambiguità del suo personaggio, in particolar modo nella parte intermedia, necessitava di un’espressività maggiore.
Il laureato riesce a trasmettere quel senso precario tra ribellione e amore, tipica di un certo tipo di età, in maniera decisa e a tratti spiazzante. Ma la cosa che maggiormente riesce a fare e far scontrare questa generazione con quello che poi è il più grande interrogativo che ogni persona ha: il futuro. Negli gli occhi finali di Ben e Elenia c’è un misto tra incredulità e dubbio, come se il viaggio che stanno per intraprendere sia cosi splendidamente sconosciuto da ridurli in silenzio. E’ come se l’aver lasciato indietro un parte di mondo nel quale non si ritrovavano più, nonostante soprattutto Ben ne sia stato artefice nel ridurlo cosi, sia una cosa per il momento troppo grande da digerire. Ma soprattutto, e questo è quasi magico, il film ci racconta una storia al limite senza dare morale, senza per forza colpevolizzare quella o quell’altra parte, perché alla fine ognuno ha la sua guerra da combattere e il suo amore da vivere cosi come ogni generazione ha i suoi angeli e suoi demoni da tenere a bada.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento