
Il cinema di Paul Schrader ha sempre ruotato attorno a un nucleo tematico ineludibile: la colpa, il tormento interiore e la necessità di espiazione. Ne è una prova Il collezionista di carte, opera che si inserisce con coerenza nella filmografia del regista e sceneggiatore statunitense, un nuovo tassello di una poetica rigorosa che indaga il peso delle scelte individuali e la loro eco nella coscienza collettiva.
William Tell (Oscar Isaac) è un giocatore di carte professionista, capace di contare ogni singola carta giocata. Una strategia che lo rende un avversario temibile e lo distingue in quel mondo di illusioni e luci al neon che è il circuito dei casinò americani. La sua è una vita metodica e solitaria: nessuna puntata rischiosa, nessuna ambizione da grande colpo, nessun legame personale. Una disciplina che deriva dal decennio trascorso in un carcere militare, dove ha affinato la sua capacità di controllo e isolamento. Ma il passato non si cancella, e William porta sulle spalle un debito esistenziale che nessuna partita potrà mai estinguere.
Il suo passato affonda le radici in un orrore indicibile: addestrato alla brutalità delle torture nei centri di detenzione americani, William ha partecipato agli interrogatori potenziati di prigionieri afghani, diventando un ingranaggio del sistema che ha creato mostri come Abu Ghraib. Quando lo scandalo esplode, la catena di comando scarica ogni responsabilità su esecutori sacrificabili come lui, mentre i veri artefici, come il maggiore dell’esercito John Gordo (Willem Dafoe), restano impuniti.
A riaccendere il fuoco sopito sotto la sua apparente imperturbabilità è il giovane Cirk (Tye Sheridan), figlio di un commilitone di William, distrutto dalle conseguenze di quelle stesse atrocità. Il ragazzo nutre un desiderio ossessivo di vendetta nei confronti di Gordo e vede in William il possibile esecutore della sua giustizia privata. L’incontro tra i due spezza la routine ascetica del giocatore, insinuando in lui la tentazione di una redenzione che non passa solo attraverso il controllo e la disciplina, ma anche attraverso l’azione. Sullo sfondo, La Linda (Tiffany Haddish), finanziatrice di scommettitori di talento, offre a William l’occasione di guadagnare davvero, ma soprattutto lo spinge a riconciliarsi con l’idea di un contatto umano, con la possibilità di un’esistenza meno monastica.

Schrader costruisce un personaggio che si inserisce perfettamente nella galleria dei suoi antieroi: dall’iconico Travis Bickle di Taxi Driver, passando per Julian Cole di American Gigolo e John LeTour di Light Sleeper, fino a Ernst Toller di First Reformed. Come loro, William Tell è un uomo schiacciato dal peso di un peccato irredimibile, bloccato in una spirale di rituali ossessivi che lo proteggono dal cedere alla sua natura più oscura. Ma se Toller cercava una redenzione collettiva, quella di William è una ricerca solitaria, un’espiazione personale che trova la sua parabola perfetta nel gioco d’azzardo: ogni mossa è calcolata, ogni puntata è un atto di controllo sul caos del mondo.
Visivamente, Il collezionista di carte trasmette un senso di claustrofobia e desolazione. Gli ambienti asettici dei motel, i soffitti bassi dei casinò, le luci fredde e impietose restituiscono l’idea di un’America anestetizzata, un purgatorio di plastica in cui William si muove come un fantasma. La fotografia, con le sue tonalità spente e i suoi improvvisi squarci di distorsione sensoriale nelle sequenze più cupe, suggerisce un mondo interiore in costante tensione, pronto a esplodere. La colonna sonora di Geoff Barrow e Ben Salisbury contribuisce a rafforzare questa atmosfera, alternando suoni elettronici ipnotici a momenti di lirismo inatteso.
Isaac offre una performance magistrale, costruendo un personaggio apparentemente imperturbabile, ma attraversato da sottili fratture emotive. Il suo Tell è un uomo che ha fatto della negazione di sé stesso un’arte…un’ombra che si muove in un mondo di apparenze. Eppure, Schrader riesce a suggerire una fragile umanità sotto la corazza, una scintilla di speranza che trova la sua massima espressione in un gesto finale di straordinaria dolcezza.

Il collezionista di carte è un film che si muove tra il thriller esistenziale e il dramma morale, intrecciando il tema del gioco con quello della colpa, della responsabilità individuale e collettiva. Schrader denuncia apertamente il sistema politico e sociale che genera mostri, che premia i mandanti e sacrifica gli esecutori, ma non offre soluzioni facili. Il suo cinema non cerca di assolvere, ma di mostrare. Non giudica, ma costringe lo spettatore a confrontarsi con le contraddizioni della propria coscienza.
Alla fine Il collezionista di carte, seppur deturpato dall’immancabile storpiatura del suo titolo originale (The Card Counter), è un film di rarefatta bellezza e intensa complessità, una riflessione sulla possibilità di cambiamento e sull’ineluttabilità del passato.
Con un finale che richiama la severa grazia bressoniana, Schrader chiude il cerchio su un racconto che non cerca catarsi, ma lascia aperto uno spiraglio per la redenzione. Non quella grandiosa e risolutiva, ma quella sottile e fragile, fatta di scelte minime, di mani che si sfiorano in un momento di silenziosa comprensione.
Ancora una volta, Schrader dimostra di essere uno dei cineasti più coerenti e profondi del nostro tempo, capace di trasformare la tensione morale in un linguaggio cinematografico di rara potenza espressiva.
Il collezionista di carte non è solo un buon film, è un pezzo di quel lungo e inarrestabile percorso verso la comprensione del peso delle nostre azioni e del nostro posto nel mondo.
Alessandrocon2esse
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