
Il caso, la casualità, le coincidenze, il destino. Spesso intorno a queste parole si cela una certa diffidenza, che porta addirittura a negarne l’enorme importanza, non accettando il fatto che invece, sono proprio loro che definiscano in gran parte, la nostra vita.
Caroline Johnson (Annie Corley) e Michael Johnson (Victor Slezak) si ritrovano nella vecchia casa di famiglia, dove sono cresciuti, per sbrigare le pratiche burocratiche testamentarie relative alla loro appena defunta madre Francesca (Meryl Streep). Dentro la cassetta di sicurezza a lei riservata, trovano una busta contenente una lettera nella quale si fa riferimento a lei e a un certo uomo di nome Robert. Sempre all’interno di tale busta trovano anche una chiave, che scopriranno essere della cassapanca presente ai piedi del letto nella stanza da notte. Interdetti quanto sorpresi, la aprono e dentro trovano una serie di cose che non avevano mai visto, tra cui tre grandi diari con un foglio come premessa: Francesca vuole raccontare ai figli di lei e Robert Kincaid (Clint Eastwood) e anche sapendo che è una storia scomoda preferisce che loro sappiano tutto della madre. Scossi, iniziano, comunque, a leggere.
I Ponti di Madison County, tratto dall’omonimo romanzo di Robert James Waller, è un film morbido, pieno, asfissiante e che va toccare diversi livelli emozionali. Ha la stessa grazia e gentilezza di una farfalla che libra tra le foglie e allo stesso tempo è come un uragano che spazza via tutto lasciandoti inerme. Queste due cose non sono separate, anzi, sono spesso fuse, in un gioco magico che pochi registi riuscirebbero a trovare. Clint Eastwood ha preso ed è andato a girare questo film sulle stelle, creando un luogo sollevato in cui è riuscito a raccontare a modo suo, una storia senza tempo.
Già il tempo ed è proprio questo che fa veramente questo film: prende a calci il tempo, ripetutamente e senza soluzione di continuità. Quattro giorni per permettere a due anime di conoscersi, fondersi, mischiarsi, annullarsi per creare un soggetto nuovo, che non è altro che la somma di tutto quello che erano. La somma di una passione irrinunciabile, irrefrenabile e cui non hanno saputo ne potuto voltare le spalle. E questo a dispetto della percezione comune che confina il bene e l’amore con il numero di volte in cui il sole tramonta, convinti che quello sia l’ago indispensabile, per capire e capirsi.
Tutto il resto della vita per cercare di dimenticarsi, scoprendo che non è stato, invece, possibile eliminare le sensazioni, i brividi e tutti i sapori provati, sconfessando l’altro punto cardine del nostro caro amico invisibile, cancellare le cose con il suo scorrere.
Il film ha una potenza visiva impressionate, legata allo straordinario gioco di luce che racconto lo stato d’animo del momento: felicità, intimità, amore, struggimento. Tutto è stato, però, possibile grazie all’interpretazione dei due protagonisti, lo stesso Eastwood, autore di una prova cosciente e matura, e soprattutto, di Meryl Streep, autrice di un qualcosa che va oltre il recitare. Con la semplice gestualità o postura è riuscita a trasmettere le sensazioni del momento, trasferendole direttamente e senza filtri allo spettatore. Non vinse l’Oscar come migliore attrice solo ed esclusivamente perché si trovò di fronte a una strepitosa Susan Sarandon (Dead Man Walking).
All’inizio si parlava di caso, casualità e di quanto credo siano fondamentali nella nostra vita. Robert sbaglia semplicemente strada e si ritrova davanti a quella casa a chiedere informazioni, a quella non ad un’altra. E alcune volte basta uno sguardo e senza saperlo già sei completamente nelle mani dell’altro e questo a prescindere che sia giusto o sbagliato. E in quel momento capita la magia, dove si stravolgono tutte le leggi alchemiche conosciute e si crea un nuovo filtro, unico, che non è altro che la totalità del loro essere che ha dovuto cedere alle richieste della pancia. Di quel mistero che sale, travolgendoti e travolgendo e a cui non puoi dire solo una mezza verità. In quel momento in cui il respiro da solo non basta, dove le mani tremano, dove i pensieri corrono più veloce dei sogni, dove la realtà diventa solamente la distorsione dei nostri sensi a cui non possiamo far altro che abbandonarci.
Il film è un crescendo continuo, parte con il sole, i fiori, la quiete e finisce con la pioggia, mai cosi fitta che sembra grandine per quanto fa male. Simbolo doloroso dell’accettazione di un destino che sarebbe potuto essere diverso legato a quella meravigliosa inquadratura della mano di lei che stringe la maniglia, secondi infiniti che hanno lo stesso effetto di uno squarcio nel cielo, che nasconde però, tutta la delicatezza del mondo. Delicatezza che fa da cornice a tutte le altre sensazioni, prendendole per mano e arricchendole di un colore più accesso, più livido e lo fa con la stessa naturalezza con cui si beve un sorso d’acqua appena svegli.
Alla fine il tempo perde una terza volta, ancora più nettamente delle precedenti, Francesca si farà cremare e vorrà che le sue ceneri vengano sparse sul Ponte di Roseman, il luogo del primo incontro con Robert e dove quest’ultimo aveva già fatto con le sue. E li si ritroveranno, si abbracceranno e danzeranno non avendo più confini tra il giorno e la notte, la primavera e l’inverso, il sole e la pioggia, nel momento stesso in cui l’Eternità rincontra il suo Angelo.
Jonhdoe1978























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