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Grosso guaio a Chinatown (1986) di Jonhdoe1978

⭐5 Ottobre 2020 ⭐ Contrassegnato con: Grosso guaio a Chinatown, Recensione Grosso guaio a Chinatown

Grosso Guaio a Chinatown InternaOgnuno di noi ha il suo Olimpo personale, quel luogo in cui si condensano tutte le opere che per qualche motivo ci sono entrate nella pelle, codificando e delineando le nostre inclinazioni emotive.

E’ una notte di tuoni e Jack Burton (Kurt Russel), a bordo del suo camion, è diretto a San Francisco per una breve sosta. Si ferma nel quartiere di Chinatown dove insieme al suo amico Wang Chi (Dennis Dun) passa la notte a giocare ai tipici giochi cinesi. Dopo aver sbancato tutti, Jack vince anche l’ultima sfida con Wang (niente o il doppio) e per avere la sicurezza di riscuotere il suo credito, segue l’amico all’aeroporto dove è in arrivo Miao Yin (Suzee Pai), promessa sposa dello sfortunato giocatore. Dopo l’arrivo, la ragazza, senza apparente motivo, viene presa dai Signori della Morte, conosciuta gang di teppisti della zona. Inizia, cosi, l’inseguimento per ritrovarla.

Personalmente sul “Pork Chop Express”, nome del camion di Jack, mi ci sono seduto centinaia di volte, utilizzando ogni volta, un oggetto improvvisato diverso quale walkie da usare in onde medie, per comunicare cose, spesso senza senso, agli immaginari ascoltatori di turno. Su questo film i miei argini cadono e non per un’inconscia e sconclusionata presa di posizione, ma per la profonda convinzione che Grosso Guaio a Chinatown sia un autentico capolavoro.
Tale convinzione nasce per prima cosa dalla constatazione della perfetta adattabile che la storia ha per ogni tipo di età e questo senza che essa perda minimamente la sua intrinseca bellezza. Visto da molto giovani si tratta di una favola diversa da quelle che ci raccontavano, di un concentrato di magia scoppiettante che ti lascia senza fiato e con un eroe normale e senza poteri che si butta con tutto se stesso contro draghi, stregoni e mostri, nel tentativo di salvare la sua bella e quella del suo amico.
In età adulta la prospettiva cambia ma la poesia rimane la stessa. Il mondo incantato si trasforma in uno spaccato della società, un piccolo microcosmo in cui concentrare tutte le emozioni e i sogni che istintivamente abbiamo, con quella sete di giustizia accompagnata all’attrazione che il magico e l’oscuro ci creano. Jack Burton siamo noi, tutti noi: una persona con tante macchie, con i pensieri normali, con esigenza normali e con un lavoro normale, che si imbatte in una storia più grande di lui, mettendo l’apparenza davanti alle paure e il sarcasmo davanti alle debolezze. Ed è per questo che l’antieroe diventa eroe, un eroe vicino e con cui identificarsi insieme a quell’improbabile canottiera che però, non può non essere vista come un mantello.

Carpenter, come d’altronde nella sua indole, ha voluto rischiare, capovolgendo le dinamiche consuete. Jack è mostrato come uno straniero in casa sua, qui i padroni sono i cinesi e un piccolo quartiere diventa quasi il centro del mondo, il luogo dove decidere le sorti dell’umanità. L’estensione in verticale è estrema, con al suo apice le vere mire dei più potenti: l’immortalità (concetto tanto caro al regista) e la sete di governare tutto e tutti. In questo spazio immaginario si incastrano tante piccole storie, fatte di tradizione, cuore, amore, rispetto, amicizia, spontaneità e soprattutto altruismo. Il concetto di unione è costante in tutta la pellicola e cresce man mano che la storia si ingarbuglia, come a evidenziare che più grande è il problema più l’uomo ha la tendenza ad avvicinarsi e proteggersi.
La vera punta di diamante, però, è la sceneggiatura che, dopo varie vicissitudini legate al cambio d’autore, raggiunge dei picchi di assoluta perfezione. E’ una serie continua di frasi ad effetto che non fanno altro che accompagnare una narrazione che più serrata non si può, dandogli ancor più lustro e luce. Ed è qui che il film diventa universalmente trasversale: tutte le battute e i dialoghi sono perfettamente adattabili ad ogni età, riuscendo ad avere varie tonalità di cinismo a seconda di chi le ascolta. I racconti per quanto apparentemente non interpretabili diventano all’improvviso tali in una sorta di magia nella magia, un drago colorato che riesce contemporaneamente, ad abbracciarti e ad attaccarti.

L’altra grande rivoluzione di Carpenter è la minuziosità con cui ha sempre curato gli effetti speciali tanto che ancora oggi, risultano perfettamente attendibili e performanti allo scopo. Il rischio come mi è già capitato di scrivere, è di trovare certe storie troppo lontane e questo sia per la per parte narrativa che per, appunto, la rappresentazione visiva della stessa. E questa distanza è nulla anche nelle scene violente, gestite anch’esse, con la maniacalità della realtà, senza trascendere nella violenza pura che secondo me, avrebbe aridito tutta la vicenda, annullando di fatto la trasversalità di cui sopra.

Vero assoluto mattatore del film è lo straordinario Kurt Russell, adottato cinematograficamente sia dallo stesso Carpenter che, successivamente, da Tarantino. Il suo Jack Burton e quasi sempre, splendidamente sopra le righe riuscendo comunque, ad essere assolutamente attendibile e soprattutto, vicino. Russell dopo dei primi tentennamenti, si è buttato anima e corpo nel progetto (per farlo ha rifiutato Connor MacLeod in Highlander) aggiungendo al personaggio quel quid che lo ha reso cosi iconografico.

Grosso Guaio a Chinatown è una meravigliosa follia cinematografica, una storia simbolica che ha avuto la capacità di unire generazioni, pensieri e tradizioni. Le paure di uno sono diventante la forza dell’altro, unite in quella profonda ambizione di eternità che ha sempre contraddistinto l’uomo e le sue azioni. Il sogno si è sovrapposto alla realtà in quel perfetto meccanismo tra nuvole e fango che fanno percepire vera un’esplosione verde e magicamente surreale una stretta di mano. Il tutto condito da uno splendido finale, che invece di perdersi in uno scontato vissero tutti felici e contenti ti avvolge con la inevitabilità di una vita aperta con tutte le domande del caso. Perché Jack Burton è ancora li, sul suo camion verso una nuova avventura o verso una semplice normalità o magari solo a fare un giro per poi tornare da Gracie Law (Kim Cattrall). Ma questo solo dopo aver affrontato altri demoni, a prescindere se reali (come quello a bordo) o solo immaginati nelle notti buie e tempestose di cui ama, sempre, parlare.

Jonhdoe1978

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Grosso guaio a Chinatown

Grosso guaio a Chinatown
8.7

Valutazione Complessiva

8.7/10

SCHEDA

  • Regia: John Carpenter
  • Anno: 1986
  • Durata: 99'
  • Genere: Fantastico/Azione/Avventura

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