
Mi piacciono molto i film indipendenti. Non per ragioni etiche o per qualche messaggio sociale o politico, ma semplicemente perché si ha spesso la possibilità di vederli senza sapere quasi nulla di loro, trama compresa. Insomma un po’ come capita alla Festa del Cinema di Roma nella categoria in gara. Ovviamente in casi come questi non c’è scelta e il prodotto lo si prende a scatola chiusa, con tutti i rischi del caso. E cosi come può capitarti un buon film, può succedere, come nel caso specifico, di incappare in disastri assoluti. Non che non possa succedere anche per le produzioni reclamate, ma in questi, per uno strano meccanismo di giudizio e di percezione, hanno per me una valenza diversa, quasi che il metro di valutazione fosse un altro. Lasciando in sospeso questa considerazione, molto personale c’è da dirlo, ed entrando nello specifico, Freestyle è un film narrativamente confuso, girato male e interpretato peggio. La storia, che parte da un incipit abbastanza chiaro, con i minuti diventa affannata e piena di eventi contrastanti e incomprensibili. Azioni iniziate e mai concluse, giri emotivi e sentimentali pescati e buttati a caso e una morale che inesorabilmente scivola via per poi sparire completamente. I minuti finali, dopo una parte intermedia degna di un regista/sceneggiatore che ogni giorno gira un pezzo senza essere a conoscenza di quello che ha fatto il giorno precedente, sono un concentrato di irrealtà e irritabilità. Tutto fuori contesto morale e con una chiusura degli eventi che in realtà non c’è. E non mi spingo a credere che Maciej Bochniak, regista e sceneggiatore, pensasse di poter fare un seguito, più veritiero che non sia stato in grado di fare di meglio. E non solo per l’idea, ma anche per il modo di girarla che definire scolastico e dilettantistico sarebbe come premiarlo per un qualche Golden Globe. Non ho visto nessun suo altro film, quindi non posso fare paragoni, ma se il livello è questo…
Chiudendo il cerchio delle tre negatività segnalate e prendendolo come esempio su tutti, Maciej Musiałowski, il protagonista, è autore di una prova cosi imbarazzante e distorta tanto che, non ho visto nessun altra sua performance, se dovessi basarmi su questa per un giudizio sommario/definitivo sulle sue qualità mi verrebbe da consigliargli di cambiare mestiere, magari buttandosi nella musica come il personaggio che ha cercato invano di interpretare.
Jonhdoe1978
Voto 3/10
Ho scelto Freestyle tra l’infinita possibilità di titoli offerti da Netflix, poiché rientrava nella categoria “Suggeriti per te” e, molto probabilmente, per aver precedentemente espresso un parere positivo su The Hater, interessante pellicola polacca diretta da Jan Komasa, accumunata a Freestyle non solo per le origini della produzione, ma anche per lo stesso protagonista: Maciej Musiałowski.
Sono bastati pochissimi minuti del film del giovane e prolifico (ma semisconosciuto) Maciej Bochniak, per capire di essere incappato nell’ennesima trappola dell’algoritmo della piattaforma di streaming, perché Musialowski, ottimo nel thriller sul lato oscuro dei Social Network, risulta da subito poco credibile nei panni del criminale/rapper Diego e peggiora col passare dei minuti, schiavo di un personaggio piatto che viaggia su un binario dritto e convenuto, privo di cambi di direzione e/o velocità.
La pellicola non sorprende mai. Né in termini di stile, né in termini di trama. Storie del genere, con trame, situazioni e personaggi simili se ne sono già viste e se ne vedranno ancora. Spostare il tutto nei ghetti malfamati di Cracovia non è e non può essere sufficiente.
Bochniak si limita ad un approccio superficiale e gratuito al contesto del sottobosco del mondo del rap e finisce ben presto per stancare. Non riesce nemmeno a dar vita a personaggi credibili con cui identificarsi, tutti mossi da una inspiegata rabbia che li spinge a diffidare l’uno degli altri a prescindere, al grido di “Ti inculo prima che tu inculi me”.
L’intera produzione si rivela sbagliata in tutte le sue dinamiche, con scossoni d’azione che non coinvolgono mai lo spettatore e momenti di tensione che manca poco facciano sbadigliare. L’inverosimile resa dei conti finale poi, lascia aperte le porte ad un sequel che, mi auguro fortemente, Netflix decida di non sovvenzionare mai.
Alessandrocon2esse
Voto 2.5/10
TRAILER: canta che non ti passa…
TRAMA: nella rubrica de I Dimenticabili ci sono film per tutti i gusti, oltre che ad essere dei capolavori di bruttezza. Sei triste? Non ti riguardi Jane Eyre per la sedicesima volta, bensì un dimenticabile così ci scappa pure na risata. Il problema di questo è che…è inclassificabile, roba che su Netflix dovrebbero mettere la categoria “Lascia stà” e questo sarebbe tra i miei posti.
Il protagonista Diego Armando Maradonna è uno a cui i berretti non gli stanno bene. Dice che vuole diventare il prossimo Eminem ma è polacco e le rime non gli vengono bene, cioè dai, ma veramente un rapper polacco? Vabbè comunque lui ha un sogno, cioè avere un sogno (cit.) ma dato che non ha uno zloto l’unica via è mettersi a spacciare droga e allora il film può cominciare e finire subito dopo.
Così daje de gioventù sniffata, gangster che hanno visto i film di Guy Ritchie in VHS (quindi molto male), azione soporifera fino a quando capisci che stai per arrivare ai titoli di coda e invece ecco il finale aperto che ti fa dire “speriamo non facciano il seguito”…anche perchè, che altro devono dì se in questo film non hanno detto niente di che?
Una minzione d’onore per Maciej Musiałowski, che non è un centrocampista ambidestro, bensì l’attore protagonista: non mettetegli più berretti in testa o Eminem s’incazza.
Mklane
Voto 2/10
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento