
Nolan, nel suo Inception, per spiegare il funzionamento dell’attenzione della mente umana, attraverso la bocca del protagonista Cobb, ci dice: “Se ti dico di non pensare agli elefanti, a cosa pensi? Agli Elefanti.”
La morale è semplice: più qualcuno ci dice di non fare o non dire una determinata cosa e più tutte le nostre attenzioni si concentrano su quella stessa cosa e questo al di là della sua importanza o specificità generale. E’ ovvio che poi tale “deviazione” assume i contorni dell’indispensabilità tanto più quell’imposizione o consiglio tende a limitarci fisicamente e soprattutto intellettualmente.
La diciassettenne Elisabeth (Lilith Grasmug), seconda di quattro sorelle, viene convocata dalla madre priora del convento dove risiede, per essere messa al corrente della recente morte della sorella maggiora Innocent e dell’indispensabilità per lei di ritornare a casa dai familiari per dare una mano nel lavoro. Costretta, con la disperazione nel cuore, inizia il viaggio di ritorno.
L’attuazione umana, in particolare le restrizioni, della religione, nonostante i dettami siano sempre gli stessi, è differente a seconda del periodo storico di riferimento. Il motivo sta, a mio avviso, nell’evoluzione di certe convinzioni, rapporto corpo/anima in particolare, che con il tempo hanno assunto una dimensione più bilanciata e sempre meno ascendente e astratta.
La regista svizzera Carmen Jaquier in Foudre (letteralmente Tuono), presentato in anteprima (e vincitore del premio speciale della giuria per la fotografia) alla festa del cinema a Roma, sofferma la sua analisi di questo conflittuale rapporto, non si può non definire tale, in un periodo passato che oggi potremmo definire buio, fatto di fissazioni estreme e limitazioni continue alla libertà fisica e morale. Nonostante questa collocazione storica, comunque lontana dalla nostra, la giovane regista (autrice anche della sceneggiatura) è riuscita a sopraelevare il suo messaggio da particolare a generale mostrando con forza l’enorme idiosincrasia tra volontà e aspettative. Le seconde, come spesso accade e come accennato nella premessa, vanno di pari passo con quelle che sono le possibilità di scelta, che, come sempre è stato, sono direttamente proporzionali sia alle sollecitazioni (negazioni comprese) che ci vengono imposte che alla personale indole. I due discorsi possono essere sia distanti che complementari senza per questo perdere la propria peculiare caratteristica. Foudre si addentra in entrambi i casi, con un’irruenza che sa di necessario, almeno nel linguaggio, e con una cura che porta lo spettatore a misurarsi, con le debite proporzioni, con il giusto che lo circonda e con quello che intimamente vorrebbe.
Elisabeth, sulle ombre della sorella, e qui entra in ballo l’emulazione o lo stesso sangue (nel senso di propensione verso qualcosa), trova nella corporalità il proprio dogma, in barba agli stereotipi e alle convinzioni della società. Tralasciando l’inutile discorso di incompatibilità tra sesso e religione, ognuno su questo ha le sue idee, il film si sofferma sull’essenza di Dio (qui cristiano ma il discorso è generale) e su cosa questo stesso Dio dovrebbe trasmetterci. Il presupposto, concettualmente meraviglioso, è che Dio dovrebbe essere in ogni cosa ci porti letizia e soddisfazione e non un insieme di no da sbandierare al proprio vicino. La vera religione, sempre che non invada l’altrui libertà e convinzioni, è liberare la propria indole e questo al di là di quello che ci dicono sia giusto. E’ normale che vivendo in comunità ci siano delle regole generali da sottostare, anche queste diverse a secondo del periodo storico, ma questo non significa uccidere le proprie pulsioni se queste rientrano nel cerchio “rispettoso” della vita sociale.
Ovviamente Foudre e la sua regista, esasperano questo concetto portandola a tratti in un campo puramente ideale nel quale però, è possibile muoversi con libertà. Ogni spettatore, adattando mentalmente la propria storia e a prescindere della portata sociale della propria esperienza, può, infatti, trovare un pizzico di se e non è detto, attenzione, solo nei panni dei quattro ragazzi. La morale e le scelte di vita, infatti, possono avere ogni direzione e criticarne o condannandone una (sempre nel rispetto altrui) equivale a fare l’errore opposto.
Foudre però, a mio avviso, nella parte finale apre altre questioni che vanno dalla discriminazione sociale (e questa è senza tempo) al peso dei ricordi e di quanto essi possono essere ingombranti. La parte finale, metaforicamente perfetta, sovrappone quello che è stato con quello che sarà distinguendo il peso del perdono che porta alternativamente alla solitudine e all’unione. Quest’ultima la si ritrova, però, nel rapporto tra Elisabeth ed Emile e Paule che trascende il semplice essere sorelle, che il film mostra a volte inutile, tramutandosi in qualcosa che assomiglia di più alla complicità e all’empatia immediata.
In tutta questa delicatezza stilistica, in netta contrapposizione con la brutalità del messaggio, l’unica, a mio avviso, nota stonata è l’eccessiva lentezza narrativa di alcuni momenti. La necessità di soffermarsi sull’evoluzione dell’anima tormentata dei protagonisti non giustifica, sempre per chi scrive, quei secondi in più, la cui assenza avrebbero leggermente snellito la trama senza perdere in nessun modo l’impatto visivo ed emotivo di tutto il film. D’altronde tale approccio, più snello per intenderci, è quello utilizzato negli ultimi minuti che, seppur nell’ottica di un crescendo, sono appunto, di un’intensità tra il feroce e il rassegnato assolutamente impattante e coinvolgente.
Ultima considerazione per l’attrice protagonista Lilith Grasmug. L’impressione è che sia riuscita a essere a immagine e somiglianza del personaggio che aveva in mente Carmen Jaquier e questo, al di là del gusto personale, è un merito che non si può non considerare enorme.
Jonhdoe1978
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