
A Ventotene, in Ferie d’agosto, non vanno semplicemente in vacanza due comitive: sbarcano due Italie che si guardano in cagnesco, si studiano, si giudicano e finiscono per scoprirsi meno lontane di quanto vorrebbero credere.
È questa la forza del secondo lungometraggio di Paolo Virzì: prendere un dispositivo da commedia balneare, quasi da pochade estiva, e trasformarlo in un ritratto politico e sentimentale di un Paese che, a metà anni ‘90, ha già smarrito molte delle proprie certezze.
Da una parte ci sono Sandro Molino (Silvio Orlando) e il suo piccolo arcipelago umano: giornalista dell’Unità, intellettuale di sinistra, compagna, ex, amici, figli, coppie atipiche, canzoni politiche, spinte libertarie, nudismo, spinelli, discussioni infinite. Dall’altra la tribù dei Mazzalupi: bottegai romani, televisione commerciale, cellulari come status symbol, pistole, motoscafi, qualunquismo aggressivo, appetiti materiali e una volgarità che non fa neppure più sforzo per nascondersi. Lo schema sembrerebbe fin troppo semplice, quasi programmatico: progressisti contro cafoni, radical chic contro borgatari arricchiti, sinistra contro una destra ancora senza piena coscienza di sé ma già perfettamente riconoscibile nei tic del berlusconismo nascente.

Tuttavia Virzì, pur partendo da un’impostazione apertamente schierata, è troppo intelligente per fermarsi alla caricatura. Il bersaglio non è soltanto la destra triviale e televisiva incarnata da Ruggero Mazzalupi, armaiolo cialtrone e prepotente cui Ennio Fantastichini regala una vitalità formidabile; è anche una sinistra che ha già iniziato a consumarsi nella propria autosufficienza morale, nel compiacimento intellettuale, in una superiorità etica che sa ancora nominare i problemi ma non sa più davvero toccarli. La celebre scena del confronto a tavola, in cui le due fazioni si affrontano a colpi di slogan, accuse reciproche e verità velenose, resta il cuore teorico del film: non tanto perché fotografa due blocchi ideologici, quanto perché ne rivela il reciproco svuotamento.
Il punto di rottura, come spesso accade nel cinema di Virzì, arriva da un gesto insieme ridicolo e feroce: il ferimento di un ambulante senegalese da parte di Ruggero, una spacconata idiota che apre una crepa morale e politica tra i due gruppi. Ma ciò che rende Ferie d’agosto qualcosa di più di una satira di costume è il modo in cui la questione pubblica si mescola ai fallimenti privati.

La denuncia, la discussione sul razzismo, il riflesso dell’Italia post-ideologica sono il telaio; sopra, Virzì intreccia frustrazioni coniugali, desideri repressi, tradimenti, slanci adolescenziali, infelicità quotidiane. Tutti, a ben vedere, sono intrappolati in una vita che non coincide con ciò che avevano immaginato.
È qui che il film acquista spessore. Ruggero, così sguaiato e odioso, è anche un uomo sconfitto, sentimentalmente impantanato, incapace di dare forma al proprio desiderio se non nella sopraffazione. Marisa, una Sabrina Ferilli già perfettamente consapevole del proprio corpo cinematografico, ma anche sorprendentemente malinconica, sogna una fuga che non avrà mai davvero il coraggio di compiere. Molino, con il volto e le esitazioni magnificamente morettiane di Orlando, è forse la figura più emblematica: un uomo che vorrebbe ancora credere nella superiorità della ragione, del discorso, del pensiero critico, ma che intuisce di avere già perso contatto con il mondo reale. Orlando ne fa un personaggio insieme irritante e tenerissimo, l’ennesimo represso della sinistra colta che cerca nella complessità un rifugio e finisce per trovarvi una prigione.

Il cast, del resto, è una delle grandi ricchezze del film. Virzì mostra già qui una qualità rarissima nel nostro cinema: la capacità di dirigere gli attori dentro un racconto corale senza sacrificarne la singolarità. Laura Morante, Fantastichini, Orlando, Paola Tiziana Cruciani, Piero Natoli, Rocco Papaleo, Gigio Alberti, Antonella Ponziani, Raffaella Lebboroni: ciascuno entra in scena con un corpo, una voce, una biografia intuita, mai ridotta a funzione narrativa.
Anche quando il film indulge al bozzetto, non perde mai del tutto il contatto con l’umano.
Certo, col senno di poi, si avvertono anche i limiti di un’opera ancora in parte “di laboratorio”. Virzì spinge talvolta troppo sulla didascalia, sottolinea dove potrebbe semplicemente lasciare agire i personaggi, e in qualche passaggio l’intenzione sociologica rischia di irrigidire il racconto. La seconda metà, soprattutto, tende a esplicitare troppo ciò che il film aveva già fatto intuire con maggiore leggerezza nella prima. Ma anche questa insistenza finisce per apparire, oggi, quasi commovente: era il tentativo di afferrare un mutamento in corso, di registrare in tempo reale una frattura italiana che allora si stava appena consolidando e che il tempo avrebbe reso macroscopica.
Per questo Ferie d’agosto resta uno dei titoli cruciali del primo Virzì. Non ancora compiuto come Ovosodo, meno armonico di altri film successivi, ma più urgente, più scoperto, persino più profetico.

Dentro la sua struttura da commedia estiva si muove già tutto il cinema virziano: l’amore per i perdenti, la crudeltà senza cinismo, la satira sociale, la malinconia delle occasioni mancate, la convinzione che il privato sia sempre infestato dalla Storia. E soprattutto l’idea, amara e lucidissima, che sotto il sole delle vacanze gli italiani si assomiglino più di quanto siano disposti ad ammettere: arroganti, vulnerabili, sentimentali, feroci, incapaci di cambiare davvero, pronti a ricominciare da capo a settembre come se nulla fosse successo.
Il mare di Ventotene, allora, non è soltanto uno sfondo. È un laboratorio politico, sentimentale e antropologico in cui Virzì osserva il Paese mentre si trasforma.
E mentre i personaggi formulano desideri sotto le stelle cadenti, si capisce che nessuno di loro sta davvero chiedendo la felicità: stanno chiedendo, più modestamente, una tregua da sé stessi. È questo che rende il film, ancora oggi, così vivo.
Alessandrocon2esse
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