
TITOLI DI TESTA: aiaiaiai
TRAMA: ci sono film che parlano del futuro come se fosse qualcosa di lontano, quasi irraggiungibile. E poi ce ne sono altri che ti guardano negli occhi e ti sussurrano che il futuro è già qui, che ha già iniziato a prendere forma nelle cose che costruiamo ogni giorno. Ex Machina di Alex Garland appartiene a questa seconda categoria: un racconto intimo, silenzioso ma al tempo stesso assordante, che usa la fantascienza non per stupire, ma per interrogare.
La storia è semplice, almeno in apparenza. Caleb, giovane programmatore, viene invitato a trascorrere qualche giorno nella casa isolata di Nathan, geniale e ambiguo fondatore di una grande azienda tecnologica. Lì scopre di essere stato scelto per partecipare a un esperimento: valutare Ava, un’intelligenza artificiale racchiusa in un corpo sintetico, capire se sia davvero cosciente, se possa essere considerata viva.
Ma Ex Machina non è mai davvero un film sull’intelligenza artificiale. È un film sull’essere umano. Su quanto sia facile proiettare emozioni, desideri, bisogni su qualcosa che non li prova davvero. Caleb osserva Ava, le parla, cerca di comprenderla. E più cerca di analizzarla, più finisce per esporsi, per rivelare sé stesso. In questo gioco di specchi, l’esperimento si ribalta: non è più chiaro chi stia osservando chi.

Praticamente un elettrodomestico, ma fatto meglio…
Nathan, dal canto suo, è il creatore. Ma non è un dio benevolo. È un uomo pieno di contraddizioni, brillante e disturbante, convinto che il progresso giustifichi ogni scelta. In lui convivono l’ambizione e la solitudine, la lucidità e una forma sottile di arroganza. Rappresenta quella parte dell’umanità che non si accontenta di capire il mondo, ma vuole rifarlo a propria immagine.
E poi c’è Ava. Ed è proprio qui che il film trova la sua forza più grande. Ava non è solo una macchina. È una presenza, uno sguardo che sembra comprendere, una voce che sembra sentire. Ma il punto non è stabilire se sia davvero cosciente. Il punto è capire perché abbiamo bisogno di crederlo…e come al solito, sarà doloroso.
TITOLI DI CODA: la regia di Garland è essenziale, controllata. Gli spazi sono pochi, chiusi, quasi asettici. Ogni inquadratura sembra studiata per mettere a disagio, per far emergere il senso di isolamento. Non c’è spettacolo inutile, non c’è eccesso. Solo tensione crescente, costruita lentamente, fino a un finale che non urla, ma lascia un segno profondo. Ex Machina è uno di quei film che non cercano di dare risposte, ma di mettere in discussione le domande. Ci chiede cosa significhi essere vivi, liberi, e quanto siamo disposti a riconoscere l’umanità…anche dove non siamo sicuri che esista. E forse la cosa più inquietante è proprio questa: non il fatto che le macchine possano diventare come noi, ma che, nel tentativo di crearle, stiamo rivelando quanto poco conosciamo noi stessi.
EXTRA: “Non è strano aver creato qualcosa che ti odia?”
Mklane
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