
Jennifer Lawrence per un periodo è stata l’enfant prodige del cinema americano, l’attrice che avrebbe dovuto capeggiare tutta una generazione. Purtroppo, da un certo punto in poi, facciamo da American Hustle, seppur con qualche punta qua e la, non ha mantenuto tale promessa venendo, come concetto di interprete, superata nell’immaginario e nel concreto da altre, Emma Stone su tutte. Ma il talento e la classe non si comprano al supermercato e se li hai prima o poi devono (anche se non è una regola) riuscire in tutta la sua grandezza ed è quello che è successo alla Lawrence in questo film. A conferma di ciò, nonostante la mia confusione sul valore complessivo di Die My Love (che aspiro a dissipare mentre continuo a scrivere), l’unica certezza è che l’attrice americana ha per lunghi tratti surclassato interpretativamente Robert Pattinson (che non sbaglia un film da anni), e non per demeriti di lui!
E allora la domanda nasce spontanea: di fronte a tale meravigliosa interpretazione (perché di questo di parla e ci tornerò) quali sono i reali dubbi sul film?
E’ presto detto: la prima parte. La prima ora del film è lenta, a tratti macchinosa e si lascia andare a qualche ripetizione che non permettono la piena assimilazione e condivisione della storia. La seconda, invece, è di uno spessore diverso, di un’intensità arrembante e, senza possibilità di errore, disarmante. Come spesso accade questa differenza messa in questo ordine temporale, permette a tutto il racconto di essere più armonizzato (a ordine invertito le cose sono sarebbero diverse). C’è da capire se però, è sufficiente per elevare tutto il progetto.
Prima di rispondere, facciamo un passo indietro avvertendo che ci saranno degli spoiler.
Die My Love ci parla di due ragazzi, giovani, impavidi e innamorati. Lo zio di lui muore e gli lascia in eredità una casa in campagna lontana da tutti, i due ci si trasferiscono e hanno un figlio. Il cambiamento, insieme a delle dinamiche ben precise che vanno dalla semplificazione della quotidianità e all’impreparazione al cambio di vita da adolescenti a genitori/adulti, mettono a dura prova Grace, la ragazza, sino a portarla a una crisi post partum all’inizio e un distacco emotivo alla vita in generale dopo.
E se questo è il canovaccio iniziale, il film poi si muove in modo alternato raccontandoci il punto di vista, quasi sempre di lei, diviso tra la percezione e la realtà. Ci sono molti momenti, soprattutto nella seconda parte (e più passa il tempo e più mi viene da dire bellissima), in cui le due si confondono e questo cavalcando visivamente quell’annebbiamento mentale che la protagonista stava vivendo. Proprio la perdita di riferimenti ed equilibrio è il cuore del film e credo che questo concetto nella mente di Lynne Ramsay, regista e cosceneggiatore, vada oltre il post partum di cui si diceva pocanzi. La sensazione che ho provato è di un vuoto generalizzato che certo ha trovato il suo focolaio nell’accudire un figlio senza preparazione, ma anche per tutta una serie di situazioni che non è riuscita a controllare. La solitudine, l’assenza del compagno, il fatto che non trovassero più un momento per confrontarsi o fare l’amore o semplicemente perché con il cambio di vita non è riuscita a trovate le giuste contromisure venendone travolta prima e affogata dopo.
Ma per quanto un disegno posso essere fatto bene senza un degno esecutore tutto si perderebbe. Per il ruolo di Grace serviva un’attrice che entrasse fisicamente e mentalmente in quel vortice, che ci danzasse, lo masticasse e poi ce lo sputasse con tutta la forza che aveva. La Lawrence l’ha fatto e non è esagerato dire che questa è una delle sue migliori interpretazioni. Pattinson c’è eccome, ma in questo caso non ha la palma del protagonista, ma la giusta spalla per far esplodere la sua dirimpettaia.
L’enorme bravura dell’attrice americana viene, a mio avviso, amplificata perché è l’opposto di quella che è la sua personalità. Faccio un esempio: il film è stato presentato alla Festa del cinema di Roma, luogo dove appunto ho avuto l’occasione di vederlo, e lei non solo si è presentata in orario (e posso tranquillamente dire che è quasi un unicum) e ha visto tutto il film in sala (altra cosa che in questa edizione non è stata sempre), ma ha salutato tutti con una timidezza incredibile nonostante, sostanzialmente, di quel pubblico poteva fare quello che voleva. La bravura di un’attrice è proprio il trasformismo e la capacità di trasmettere le emozioni e questo al di la di quello che si è. E’ facile a dirsi ma non a farsi. Pensiamo a quanti attori fanno sempre ruoli simili proprio per assecondare la propria personalità o a quanti variando i ruoli fanno fatica. Insomma quel quid di cambiare restando impetuosi, reali, coinvolgenti non lo hanno tutti e lei, senza dubbio lo ha.
E come spesso mi capita, scrivere di un film è per me un modo si sviscerarlo e farmi rendere conto effettivamente quanto l’ho vissuto e quindi apprezzato. Anche questa volta è stato cosi e i miei dubbi sono stati dissipati. E’ vero e confermo che la prima parte è stata un pizzico farraginosa ma è indubbio che poi la storia è esplosa e mi ha travolto. Nell’ultima parte c’è tanto e tutto fatto con cura e sensibilità, urlando ma senza assordare senza motivo, dando disperazione ma senza condanna o moralismi, abbandono ma senza rassegnazione. Un bilanciamento che ha rischiarato tutto e che mi fa considerare Die My Love il miglior film della Lawrence almeno nell’ultima decade e, come detto, una delle sue migliore interpretazioni di sempre.
Jonhdoe1978























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