
Spesso quando si parla di Jim Carrey si finisce per fare riferimento alla sua parte comico/trasformista mettendo (colpevolmente) in secondo piano le sue capacità attoriali, intese in senso lato, drammatiche e oscure. Non è, infatti, affatto facile trovare un attore che nell’arco della sua carriera sia riuscito a spaziare dalla comicità più grottesca al thriller/horror, con in mezzo prove drammatiche, con pressocchè lo stesso enorme risultato. E se questo vale in generale, ad un certo punto, vuoi per esperienze negative personali, vuoi per il comprensibile astio nei confronti dell’ Academy (il fatto che non sia stato mai neanche candidato a un Oscar sa di accanimento e poca professionalità), le sue scelte sono stata probabilmente meno ragionate e quindi anche poco riuscite. Rientra senza possibilità di smentita in questa casistica Dark Crimes, film dalle premesse ottime (si basa su un articolo su fatti reali del giornalista David Grann) e dallo sviluppo avvilente. Tanto per dare una misura numerica, prima di entrare nella valutazioni specifiche, su Rotten Tomatos ha un indice di gradimento dello 0%. Certo, come spesso sottolineo, i siti di settore non per forza sono lo specchio oggettivo di una produzione, ma lo 0, per un usare un eufemismo, un’indicazione la da.
Dark Crimes è pensato proprio male sia nella struttura che nel modo di approcciare storia e conseguenze. All’inizio si fa una fatica terribile a capire per bene quale sia la premessa dell’indagine e quando ci si riesce, per le scelte fatte, sembra essere troppo tardi per avere un minimo di reazione emotiva alle immagini. Proprio quest’ultime sono l’altro anello debole del progetto: ferme e indecise, basilari e fredde, poco espressive e, a volte, concettualmente sbagliate. Alexandros Avranas, il cui nome giustamente non fa venire alla mente nulla, gira il film cercando di alternare momenti statici ad altri in movimento credendo cosi di assecondare il momento narrativo. Bene, si può dire che ne indovina veramente poche. La sensazione è che in molti casi sia addirittura riuscito a sminuire ulteriormente una sceneggiatura, di Jeremy Brock, già di per se confusa (tanto) e assolutamente inadeguata per un’idea cosi grande e complessa.
Entrando ancora di più nello specifico, l’intenzione del film era quella di trasmettere come la perversione abbia il solo limite nella quantità di potere e che, in certi casi, la verità e l’apparenza sono la faccia della stessa medaglia. Per arrivare a dei concetti del genere, come è facile immaginare, era necessario strutturare con cura i personaggi per poi inserirli nella trama oscura degli eventi. La margherita doveva essere spogliata piano piano, stando però bene attenti a non perdere la chiarezza o almeno, la facilità di comprensione, cosa che da sempre agevola l’immedesimazione e il coinvolgimento. La cosa imbarazzante è che Dark Crimes non ci prova neppure a intavolare un discorso del genere, butta li azioni e parole con poco senso dando per scontato che lo spettatore capisca motivazioni e scopo. Lo stesso movente sessuale è sbiadito e per lunghi tratti invece della macchinazione costante si percepiscono singole azioni immorali da collegare più per intuizione che per visione. Lo stesso luogo di ambientazione, la Polonia (molto alla Hostel), proprio per quello che trasmette nell’immaginario collettivo, non aiuta a far entrare nelle pieghe del film. Bisognava sopperire a questa inconscia sensazione con una cura per cose e persona quasi maniacale tanto da rendere quel posto quasi casa e quindi fartelo entrare nella pelle. Quando tutto questo non accade il thriller ha fallito.
La prova attoriale complessiva non fa altro che affossare ancora di più il film, con Jim Carrey incredibilmente apatico e Charlotte Gainsbourg che ottiene un minimo di attenzione solo perché ti fa venire in mente Nymphomaniac. Parlare degli altri, tra comparse e personaggi chiave come quello interpretato da Marton Csokas (attore di tutto rispetto), sarebbe un esercizio di stile al ribasso tanto l’apatia che trasmettono ogni volta che compaiono davanti allo schermo.
In mezzo a questa confusione e approssimazione, una sola cosa si salva: il finale. Il problema è che l’effetto che ha è esattamente il contrario rispetto a quello che normalmente fa. Di solito, infatti, esso salva una brutta o media pellicola, in questo caso la deprezza ancora di più. Mi spiego. Il finale ti fa rendere conto di quanto bel materiale c’era e di come sarebbe stato possibile trarre tantissimi spunti per arrivare appunto, al sorprendente epilogo. In pratica, ti chiedi: ma come è stato possibile sciupare un un’idea in questo modo?
Personalmente credo, andando a chiudere, che Jeremy Brock prima e Alexandros Avranas dopo, abbiamo fatto il grande errore, ognuno nel suo ruolo, di dare per scontate alcune cose, che cosi sono diventane complesse e artificiose, e di voler appesantire di soggettività la realizzazione senza evidentemente saperlo fare. Il mio giudizio non è 0, sono altre le produzioni che non meriterebbero neanche di essere nominate, ma di certo ci troviamo di fronte a prodotto che sintetizzando potremmo definire come un pastrocchio cinematografico con qualche scena di sesso e un finale, come detto, molto buono, ma che non salva nulla. Rimane da chiedersi, chiudendo il cerchio, cosa ci abbia trovato Jim Carrey in questo progetto, ma non credo che qualsiasi sia la risposta mi sentirei appagato.
Jonhdoe1978
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