
Un action senza energia è una contraddizione in termini, e Dangerous riesce nell’impresa poco invidiabile di trasformare inseguimenti, sparatorie, mercenari, traumi familiari e psicopatia in un oggetto sorprendentemente inerte.
Il film di David Hackl vorrebbe recuperare un modello di cinema d’azione essenziale, quasi da assedio in spazio chiuso, con un antieroe problematico costretto a liberare la propria violenza per sopravvivere. Sulla carta, non sarebbe nemmeno un punto di partenza disprezzabile. Sullo schermo, però, resta soltanto una somma di cliché assemblati senza nervo, senza ritmo e senza un’idea di regia capace di sostenere il genere.
Dylan “D” Forrester (Scott Eastwood), è un ex detenuto agli arresti domiciliari, monitorato da una cavigliera elettronica e seguito a distanza dal dottor Alderwood, uno psichiatra cui Mel Gibson presta una presenza più gigiona che realmente incisiva. Dylan non prova empatia, ha difficoltà relazionali, assume farmaci per contenere i propri impulsi e vive isolato, aggrappato quasi soltanto al legame epistolare con il fratello Sean (Matthew Che’z). Quando apprende della sua morte, viola la libertà vigilata e raggiunge l’isola dove si terrà il funerale, trovando una famiglia ostile, una madre gelida, lo sceriffo McCoy (Tyrese Gibson) pronto a bloccarlo e una situazione destinata a precipitare con l’arrivo di un gruppo di mercenari alla ricerca di qualcosa di misterioso.

Il problema è che tutto, in Dangerous, sembra già visto e per giunta visto meglio altrove.
L’isola, la villa, il funerale, il passato oscuro del fratello, il tesoro nascosto, i criminali armati, l’FBI sulle tracce del protagonista: ogni elemento viene introdotto con la pesantezza del luogo comune e sviluppato con la superficialità di un prodotto di riempimento da catalogo. La sceneggiatura di Christopher Borrelli non intreccia davvero le sue linee narrative, le accosta. I personaggi entrano ed escono senza lasciare peso, le motivazioni cambiano a seconda delle necessità del momento e i dialoghi spiegano ciò che le immagini non sanno raccontare.
Alla fine, più che una trama, resta un canovaccio mal rifinito.
Hackl, già legato alla saga di Saw e poi passato a un action di routine, dirige senza personalità. Le scene d’azione arrivano tardi, sono poche, confuse, girate e montate senza senso dello spazio né progressione. Sparatorie, colluttazioni, ostaggi e assalti dovrebbero dimostrare la pericolosità di Dylan, ma il risultato è spesso goffo, talvolta involontariamente comico. I mercenari, guidati dal villain privo di carisma Cole (Kevin Durand), appaiono minacciosi solo perché il film pretende che lo siano; nei fatti sbagliano tutto, sparano male, si fanno sorprendere con una facilità imbarazzante e cancellano qualunque tensione.

Eastwood, con la sua rigidità espressiva, è quasi adatto al ruolo di un uomo emotivamente scollegato dal mondo. Ma quello che potrebbe diventare un limite trasformato in stile resta una soluzione di comodo: il personaggio non acquista mai vera profondità, né carisma. Gibson, confinato perlopiù a telefonate e interventi marginali, sembra divertirsi da lontano, come se partecipasse a un altro film. Famke Janssen e Tyrese Gibson vengono sprecati in ruoli laterali e dimenticabili, mentre Durand ripropone il solito antagonista sopra le righe senza riuscire a imprimere una vera minaccia.
Ci sarebbe, appena accennato, un discorso sulla malattia mentale, sul controllo degli impulsi e sulla possibilità di trasformare una patologia in strumento di sopravvivenza. Ma è trattato con tale approssimazione da risultare più un pretesto che un tema.
Dangerous non fallisce perché è un action semplice: fallisce perché non sa nemmeno intrattenere con semplicità.
Piatto, raffazzonato, svogliato e pericoloso soltanto per la pazienza dello spettatore.
Alessandrocon2esse
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook


Lascia un commento