
E’ opinione diffusa che il verificarsi di un evento sopra le righe, morale o fisico che sia, possa comportare il cambiamento della personalità e/o delle priorità di una persona. Tranne in rarissimi casi, personalmente credo, invece, che questi eventi non facciano altro che esaltare, nel bene o nel male, predisposizione comportamentali e di ragionamento già presenti in noi che in qualche modo, cosi, si estremizzano.
Linsey (Jennifer Lawrence) è una soldatessa americana che a causa di un incidente è stata costretta dall’ Afghanistan a tornare a casa. Visti i danni sia fisici che morali che ha riportato viene affidata all’esperta Sharon (Jayne Houdyshell), operatrice specializzata nel recupero di casi simili. Dopo qualche tempo e non con semplicità, riesci a recupera gran parte del suo equilibrio decidendo cosi di provare a tornare alla normalità e perché no, ad essere riammessa nella sezione dove lavorava.
Quando raccontiamo qualcosa a qualcuno, ovviamente riguardo a circostanze di un certo peso, la risposta che più spesso riceviamo è: ti capisco!
Grande bugia.
Di fronte a determinate situazioni, magari anche identiche, per indole e vissuto, ognuno reagisce in maniera assolutamente unica e personale e l’unica cosa che il nostro dirimpettaio può e dovrebbe fare è ascoltare e magari provare a cullarci verso un letto più morbido e meno chiuso.
E proprio su questo limbo ha deciso di puntare per il suo esordio alla regia, almeno in un lungometraggio, la giovane Lila Neugebauer.
Di certo la genesi di questo film non è stata facile. Prima di vedere la luce infatti, questa produzione ha dovuto subire due inaspettate interruzioni: una per l’uragano Barry e una, in questo caso in compagnia di moltissime altre, per il Covid. In pratica ci sono voluti quasi 3 anni (un’eternità per le abitudini contemporanee), tra messa a punto e realizzazione, per vedere il prodotto finito e poterlo cosi distribuire. Oltre per quest’attesa molta della curiosità di questo titolo riguardava il motivo che avesse spinto Jennifer Lawrence, dopo molti anni, a partecipare a un film indipendente. Insomma ci si chiedeva, o almeno io mi sono chiesto: se l’ha scelto ci deve essere qualcosa che l’ha colpita profondamente. Al termine della visione la motivazione risulta abbastanza evidente (ci torneremo a breve) e questo nonostante Causeway, questo il titolo, lasci una sensazione di possibilità non sfruttata appieno abbastanza forte.
All’interno di un’intimità ben riuscita, giovandosi delle capacità della regista di utilizzare al massimo luoghi e dialoghi (la sua derivazione teatrale l’ha di certo aiutata), quello che rimane, infatti, è poco più che la punta dell’iceberg di quella condizione di distruzione e rinascita morale e fisica che certe situazioni effettivamente si portano dietro. Il conflitto interiore dei protagonisti, il percorso di redenzione è infatti doppio, arriva sino ad un certo punto per poi trasformarsi in un contestualizzato e troppo “’facile” c’è una seconda possibilità. La motivazione di questa sensazione non è molto facile da spiegare, se si analizzano singolarmente i vari elementi non si può infatti non considerarli buoni, e secondo me hanno molto a che fare con l’empatia, il coinvolgimento e l’immedesimazione.
I personaggi e la storia, in sostanza, sono compresi e capiti ma non vissuti. Non c’è quell’ondata feroce del dramma, del buio assoluto sul quale provare a ricostruire un qualche futuro e soprattutto quel sentore di precario (inteso nel dubbio se perdersi o ritrovarsi) su cui invece, cerca di dipanarsi tutta la storia. Non si insinua praticamente mai nello spettatore il dubbio concreto sulle probabilità di un qualcosa di diverso da quello che poi avviene. La fine cerca, nel rispetto della forma narrativa scelta, di dare una sferzata, ma al di la del messaggio, chiaro e coerente c’è da dirlo, non si arriva a percepire mai qualcosa di estremamente profondo e necessario.
Prima parlavamo del motivo a posteriori evidente per il quale Jennifer Lawrence ha deciso di accettare questo ruolo. L’intimità di Linsey, per come ho sempre vista io la Lawrence, le appartiene visceralmente. E’ il classico personaggio (la Lawrence) che ha bisogno contemporaneamente della goliardia e del dramma, inteso quest’ultimo come del tempo per analizzare e ricreare ogni volta se stesso. Pur non essendo evidentemente la sua migliore performance, è indubbio che l’anima si percepisce, nonostante qualche momento, a mio avviso, di eccessiva apatia comportamentale (peraltro in certi casi prevista dal personaggio). Stilisticamente impeccabile anche la prova di Brian Tyree Henry (nei panni del meccanico dal passato altrettanto buio), pur se anch’esso legato al “si poteva fare di più” di cui si è detto pocanzi.
Quando si parla di morire e rinascere, metaforicamente ovviamente, non per forza bisogna immaginarsi, facendo in parte seguito alla premessa, l’annullamento completo di quello che si era. Il lavoro è molto più complesso ed ha a che fare per prima cosa con la normalità e la percezione dei rapporti (con se stesso per primo). Il messaggio di Causeway riguarda proprio questo: il ritrovarsi come persona, ma non per mettere un punto e capo per poi ripartire, ma per recuperare tracce del proprio io, anche se questo può comportare mettere del sale sulle ferite del passato e sul peso dei ricordi. E’ chiaro che questo discorso, l’esperienza a questo serve, parte dal presupposto che la visione e le priorità non possono ritornare esattamente quelle di prima ma non è detto che con il tempo, però, non possano sfociare in qualcosa di ancora più buono. Il film questo senso di speranza estrema alla fine lo trasmette (certe scene le avrei comunque evitate), ma non attraverso (almeno completamente) l’oblio che se si immagina il percorso dei protagonisti si dovrebbe provare. E questo per una storia che vorrebbe avere i contorni della fenice sulle orme e contro il destino e le scelte, non può non essere un grosso limite.
Jonhdoe1978
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