
Quando la realtà supera la fantasia.
Senza troppi giri di parole: se alla base di California Schemin’ (primo lungometraggio come regista di James McAvoy, e ci torneremo) ci fosse stata una sceneggiatura originale, la nostra percezione sul film sarebbe stata molto freddina, persa dietro a una trama che avrebbe avuto lo stesso sapore della fiaba. E invece, come detto nel primo capoverso, i fatti spesso superano l’immaginazione ed ecco una storia incredibile, stuzzicante e travolgente. Ecco, e anche qui senza tentennamenti, tale risultato non è solo figlio della portata di una storia vera (il cinema è piena di belle storie raccontate male), ma dal taglio scelto per raccontarla e quindi, tornando subito al punto sospeso, di James McAvoy. Mano decisa, eventi chiari e consequenziali, scelta degli inserimenti musicali perfetti e capacità di strutturare i personaggi più che ottima. Già, sembra parlare di un regista navigato e invece era il suo esordio. La cosa da un certo punto di vista non mi sorprende e segue quel semplice concetto che se nel tuo io hai del rispetto e dei valori le cose, in tema di empatia e arte, riescono sempre meglio. In questa edizione della Festa del Cinema di Roma, mi sono spesso focalizzato sull’arroganza e sul non rispetto di certi autori/registi che spesso sono entrati in sala per presentare il proprio film per poi andarsene poco dopo. Ecco, McAvoy, e credo che qualcosa nel mondo del cinema ha fatto, è arrivato, si è seduto, ha visto tutto il film con noi e poi ha avuto l’accortezza di mettersi davanti a tutti per permettere a chi era li di vederlo e dargli il giusto tributo.
Lunga premessa finita, California Schemin’ ci parla della vera storia di Gavin Bain and Billy Boyd (detti i Silibil N’ Brains) che per ottenere di essere ascoltati come si deve da qualche compagnia musicale si sono spacciati per due rapper californiani (loro erano scozzesi).
Per chi non conoscesse la storia (e io prima del film non la conoscevo, e devo dire che mi ha agevolato il processo di soddisfazione) siamo a cavallo degli anni 2000 e quindi nel pieno bum del rap mondiale totale (il punto di riferimento era Eminem). In questo contesto erano tanti i ragazzi che aspiravano a quel contesto, spesso perché era in qualche modo l’unica possibilità di dare voce ai propri pensieri e quindi alle sconfitte della vita. Come ogni cosa dove però tentano tante persone, moltissime vengono scartate o meglio, non sentite come dovrebbero e qui entra in ballo questa storia. Anche le comunicazioni erano agli albori (una cosa del genere oggi, aggiungerei purtroppo, non potrebbe accadere) e tutto avveniva tramite passaparola, fogli scritti e estenuanti attese davanti al telefono.
Come detto la storia era attraente, ma anche molto scivolosa. Il punto A e il punto B erano abbastanza netti e chiari, ma il mezzo era denso di possibilità e qui rientrano in ballo le scelte della produzione. E’ notevole, dal mio punto di vista, è stata la capacità mostrata nel gestire il cambiamento della personalità dei personaggi, li vivi e li assorbi in maniera piena e questo attraverso un gioco drammatico/commedia assolutamente accattivante oltre che non facile. A questo va aggiunto un modo di rappresentazione delle musiche che mi permetto di dire perfetto, ti trovi spesso a seguire il ritmo con un grande trasporto e questo detto da uno (Eminem a parte) che non ha proprio un ascendente verso il genere, non era proprio scontato. Ma la parte migliore del film e la conferma che McAvoy non è uno sprovveduto, anzi, anche in questo ruolo, ce la danno gli ultimi 20 minuti. Sino a quel momento, infatti, il film aveva seguito lo schema classico: nulla, successo e cambiamento e per quanto fatto benissimo non aveva avuto bisogno di molti strattonamenti. Poi, però, arriva il momento della resa dei conti e qui, sempre per chi scrive, le cose si potevamo complicare non poco: retorica, dramma esagerato, fantasia accesa e morale spicciola erano dietro l’angolo e con loro il rischio di addormentare una trama fin li ficcante. Ed, invece, il discorso non solo è stato coerente, ma addirittura più armonico e per certi versi più umano. Sostanzialmente, California Schemin’ negli ultimi minuti ha riportato tutti su un piano di umana normalità, trasformando una storia assurda in un processo di redenzione e perdono. Si è percepito tutto insieme che spesso da tutti diventiamo nessuno e che poi questo nessuno ha la necessità di essere qualcosa. In poche parole: l’equilibrio della vita.
California Schemin’ è un film che come percezione va oltre i suoi meriti oggettivi. L’insieme di quello che si prova, infatti, è molto superiore a quella che sarebbe un’analisi schematica dei vari elementi del progetto e. dal mio punto di vista, è stato bello e va bene cosi. Io sono stato trascinato, mi sono divertito e in un certo senso mi ha lasciato anche un bel messaggio da portare a casa soprattutto per la cura, la capacità, l’emotività e la sensibilità trasmessami. Di certo non diventerà un cult, ma sono sicuro che sarà un film che non passerà senza lasciare qualcosa, se non altro perché tra sogni e realtà non ci deve essere per forza armonizzazione, l’inferno e il paradiso esistono per questo, e l’altalena rende più saporita la “normalità”.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento