
Il coraggio che ognuno di noi ha, cosi come la freddezza che si riesce ad avere in determinati momenti, è figlio sia delle inclinazioni caratteriali innate che del personale vissuto. Esistono però dei particolari ed estremi avvenimenti che sparigliano ogni cosa, creando all’interno di chi li vive una ferita profonda che ne cambia carattere e atteggiamento.
Alla fine del XIII secolo, la Scozia vive un buco di potere a causa della morte del suo re. Di questo approfitta il Re d’Inghilterra Edoardo I Plantageneto (Patrick McGoohan) che, con la scusa di una riunione sul futuro scozzese, attira tutti i nobili aspiranti al trono per impiccarli e autoproclamarsi padrone anche di questo territorio. Scoperto tale massacro, John e Malcolm Wallace, rispettivamente fratello e padre di William, decidono di attaccare le linee inglesi rimanendo uccisi. Il piccolo William rimasto così solo, dopo il funerale dei suoi cari, nel quale incontra per la prima volta Murron, parte con lo zio.
Vent’anni dopo, ormai uomo, torna nel suo paese ritrovando immediatamente gli occhi della ragazza, a cui non aveva mai smesso di pensare. Iniziano cosi a frequentarsi sino a decidere di sposarsi segretamente onde evitare di sottostare allo ius primae noctis, assegnato per legge al nobile inglese della zona. Qualche giorno dopo però, un soldato della corona, insospettito dai moventi dei due, segue la ragazza e cerca di violentarla rivendicandone il diritto. Riuscita a fuggire grazie anche all’intervento di William, mentre si dirigeva nel luogo secreto per ricongiungersi al suo amato, viene catturata e legata a un palo al centro della cittadina quale monito per tutti quelli che avevano l’intenzione di ribellarsi. Insospettito dal suo ritardo, Wallace ritorna velocemente indietro, trovandola giustiziata.
Alcune storie, non molte a dire il vero, trascendono il semplice significato di riguardare o meno fatti o persone realmente accaduti e/o vissute collocandosi in una dimensione superiore dove la loro veridicità non è in discussione. Tra questa entra senza ombra di dubbio quella raccontata in Braveheart, seconda fatica nel doppio ruolo di attore e regista di Mel Gibson, e questo sia per la narrazione tanto epica quanto terrena che soprattutto, per l’impossibilità per chiunque di non identificarsi con il suo protagonista: William Wallace. In lui, infatti, splendono il senso d’onore, il coraggio, la bellezza e l’immortalità dell’amore, la bontà dell’amicizia e l’indispensabilità della speranza e della libertà. Tutto cose su cui ogni persona reagisce istintivamente e che diventano in qualche modo, la cartina di tornasole di quello che intimamente si è. Una sorta di carta traslucida dell’anima con la quale fare i conti per vedere quanta luce e quanto buio c’è in noi. Questo ha comportato un viscerale attaccamento al personaggio, ritenuto vicino e tangibile tanto, come detto pocanzi, da considerarlo alla stregua di una persona non solo reale ma fisicamente conosciuta e vissuta.
Il motivo di questa splendida sovrapposizione tra l’idea e i gesti è dovuto, a mio avviso, principalmente al lavoro di Randall Wallace, autore di soggetto e sceneggiatura. La sua grande capacità narrativa, insieme ovviamente alla regia di Mel Gibson, ha consentito, infatti, alla storia, nonostante le licenze storiche utilizzate per la sua spettacolarizzazione, di essere dannatamente coerente e soprattutto, man mano che si andava avanti, sempre più vicina a quel concetto di ingiustizia e speranza comunemente comprese. E’ come se piano piano attraverso i tradimenti, le rinunce, le pugnalate, i sentimenti, la lotta, il non arretrare, lo stringersi per poi ripartire, il film ci si sia avvicinato sempre di più allo spettatore riuscendo a condurlo in un mondo senza tempo e senza vesti nel quale struggersi alla ricerca di un minimo di pace. Una ricerca sofferta, nella quale il richiamo incondizionato della vendetta è stato cosi forte da stare male, alleviato solo dal pensiero di una promessa fatta silenziosamente e custodita in un fazzoletto dove spirare e rinascere ogni giorno. Una spinta perché non debba più succedere, perché il sopruso lasci spazio alla fiducia, a quella semplice e dolce sensazione di svegliarsi ogni mattina con la convinzione di vivere e non solo sopravvivere per la soddisfazione di un altro. Di vedere la propria terra germogliare assaporando e usufruendo dei piccoli sfrutti con tanta fatica coltivati, amati e aspettati.
Personalmente sono convinto che questo effetto cuore, angoscia e trasporto sia dovuto anche dal fatto che a interpretare il personaggio principale sia Mel Gibson. Il suo volto e le sue movenze non hanno nulla di lontano ma danno l’impressione di un uomo comune che ha trovato all’improvviso la motivazione per fare qualcosa di grande. Questo ha comportato un’identificazione quasi simbiotica tra eroe e spettatore, una specie tu sei me e io sono te che ha reso reale e come detto prima, terrena una storia che invece ha le stigmate del mito e della leggenda.
Sotto quest’ultimo aspetto, il film ci incanta con il concetto universale che chiunque possa aspirare a qualcosa di superiore e soprattutto, che l’idea stessa del possibile sia più forte della visione concreta dello stesso. William Wallace si è trasformato in una specie di luce guida, di persona che è riuscita a tirare fuori l’anima del suo popolo senza smettere di stare con esso sia nel sudore che nel fango regalando cosi contemporaneamente sogni e realtà. E come ben si sa i sogni, soprattutto se tangibili, assumano i contorni dell’immortalità, rimarcata in maniera indelebile da un grido ruggente di libertà che tra storia e spettacolo è andato ben oltre i confini scozzesi confinandosi in ogni lacrima di speranza. Lacrima che da subito ha assunto l’ombra lunga della mancanza insieme però, alla felicità di sapere che finalmente, lui, l’uomo William ha potuto riabbracciato la sua Murron quale premio infinito d’amore e di pace.
Voto 8.5/10
Jonhdoe1978
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TITOLI DI TESTA: vola un’aquila nel cielo
TRAMA: da quando i dinosauri si sono estinti per colpa di un velociraptor che ha scorreggiato su un barbecue, la storia viene trascritta sui libri di storia, mica su quelli di geografia. Ora mettici che io a storia avevo 2, e mettici pure che il mio collega ha già scritto la recensione di Braveheart, devo dire che sono in totale disaccordo per come ha narrato le gesta del protagonista William Wallace, notissimo caciottaro delle campagne viterbesi.
Tra il 1000 e il 1300 per essere precisi, il giovine William allontanato dal suo villaggio perchè dedito a sfoggiare una maglia del bomber Roberto Pruzzo. Anni dopo, avendo riflettuto sulla cazzata commessa, si ripresenta con la numero 8 di Gascoigne tra urla di gioia e ululati di piacere delle donne. Neanche il tempo di fidanzarsi con l’unica donna senza baffi del villaggio che un tale lo mette al corrente di alcune problematiche del luogo: il nobile monarca Adriano Pappalardo ha imposto delle regole come l’obbligo di pettorina ai gatti, niente caciotta dopo le 2 di notte e lo ius primae noctis. Alchè William è a dir poco adirato perché la sua fidanzata è vergine e vuole essere lui il primo a instradarla alle usanze del sadomaso e a quelle della strada, semmai il lavoro dovesse andar male.
Mettici pure che la sua donna è l’unica senza baffi delle campagne viterbesi, mettici pure che William è in trasferta per Frosinone-Lazio, gli uomini del villaggio provano a cavalcarla facendo la fila per aprire la sua cintura di castità ma niente e per via del rodimento di culo la uccidono.
Vuoi che la squadra del cuore aveva perso per via di un fallo non segnalato dal Var, ma purtroppo il Var non era stato ancora inventato, e vuoi che gli avevano ucciso la compagna, il nostro William s’incazza non poco, così decide di armarsi fino ai denti insieme ai suoi amici più fidati (il gruppo degli Irriducibili) per fargliela pagare a quel romanista di Adriano Pappalardo.
A forza di girare campagne William raduna sempre più seguaci dalla fede biancoceleste e i figli dell’aquila dovranno vedersela con l’Under 18 del Pappalardo: così tra falli al limite del regolamentare, entrate in campo di numerosi cavalli di razza e scontri tra fantasisti della spada, gli Irriducibili avranno la meglio portando il primo match a casa. Da lì in avanti i nostri vinceranno numerose battaglie che li porteranno alla finale del playoff valida per la Champions League viterbese, dove chi vince se pija tutto il territorio.
Sarà lì che il terribile Pappalardo comprerà durante la finestra di mercato di Gennaio svariati nobili viterbesi che durante l’ultima battaglia daranno filo da torcere agli Irriducibili di Wallace “facendogli il culo” (epica la scena di culi all’aria trafitti da spade d’indubbia natura). Lì Wallace viene catturato e reso vittima di atroci torture, tra cui indossare una maglia aderente della Roma stagione 2009-2010 per poi cantare Grazie Roma di Antonello Venditti. Neanche il tempo di arrivare al ritornello che morirà causa crampi all’ugola.
TITOLI DI CODA: durante il film sono stati maltrattati numerosi uomini poco avvezzi all’indossare una gonna denominata kilt dai costumisti della pellicola. Il regista nonché protagonista del film Mel Gibson ha passato ben 10 anni a studiare tutta la storia dell’Associazione Sportiva SS Lazio e anziché girar le vicende in Scozia ha preferito le campagne laziali poiché più in linea con i cenni storici. Purtroppo Mel si è lasciato sfuggire un po la mano e ha voluto introdurre cornamuse che intonavano l’inno “Non mollare mai” ma apparte questo è riuscito anche a a scaldare il cuore di interisti e juventini. Se sei appassionato di calcio questo non è il film per te ma se preferisci un altro tipo di recensione c’è sempre quella sopra scritta da un tifoso della Roma.
EXTRA: il mio culo è stato infilzato solo da mia nonna…e aveva in mano una siringa.
Voto 8.5/10
Mklane























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